40 anni dopo la marcia dei 40 mila capi Fiat

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La vittoria dell’azienda torinese e la chiara sconfitta del sindacato: dal 1980 ad oggi sono cambiate molte cose ma i nostri tempi sono il risultato di quella storia italiana

Il lungo autunno del 1969 durerà un decennio chiudendosi nell’ottobre 1980, con l’ultimo scontro alla Fiat, causato dalla minaccia di ventimila licenziamenti, con i continui giorni di sciopero e con la marcia dei quadri e impiegati di Torino che chiedevano di poter lavorare. L’episodio non avrebbe probabilmente avuto l’impatto emotivo che ha avuto e l’emozione non si sarebbe trasmessa al giudizio storico in maniera così forte se il sindacato, invece di firmare immediatamente la resa dopo la marcia dei quarantamila, avesse resistito ancora e avesse trovato il modo di uscire dallo scontro a testa alta. Invece quella resa immediata e totale, come se non si vedesse l’ora di consegnarsi mani e piedi al vincitore, fece apparire la sconfitta ancora più disastrosa e umiliante, lasciando di stucco gli stessi vincitori. È probabile che il sindacato prima o dopo avrebbe dovuto arretrare e cambiare pelle, rinunciando a un modello di scontro e avviando una stagione di concertazione e dialogo, per altro avvenuto già nel 1969 con il Governo e il ministro Donat-Cattin con lo Statuto dei Lavoratori. Un anno che è il simbolo di un decennio, “I settanta”, l’ultimo dei “Sessanta” 1969 e il primo degli Ottanta il 1980: anno delle stragi di Ustica e di Bologna, delle crisi politiche costanti e l’ingovernabilità come cifra di un sistema bloccato, della fine, con dolorosi colpi di coda, di un decennio di sangue e lutti, ma soprattutto un tempo che avrebbe determinato il futuro della storia politica, economica, sociale e naturalmente industriale dell’Italia contemporanea.

Sono trascorsi quarant’anni da una estate e un inizio autunno a Torino, siamo nel 1980, che avrebbe cambiato profondamente il corso della storia sociale ed economica del nostro Paese.

Dall’occupazione di Mirafiori, la fabbrica simbolo dell’età industriale italiana, alla marcia dei 40 mila proprio nei giorni in cui è scomparso l’artefice principale di quella imponente manifestazione, Luigi Arisio.

Nel 1980 alla Fiat si apriva una vertenza che riguardava il suo processo di ristrutturazione indotto dalla crisi economica e produttiva. La difficile trattativa sindacale si tramutò in uno scontro frontale fra il movimento sindacale e il nuovo amministratore delegato Cesare Romiti: all’annuncio di 14.469 licenziamenti si rispose con un presidio ai cancelli delle varie portinerie che bloccò l’attività dell’azienda per 35 giorni. Finché sotto la pressione di tre eventi, ossia la crisi di Governo, la pubblicazione della lista di 23.000 cassaintegrati a zero ore che sostituiva i licenziamenti e infine la cosiddetta “marcia di 40 mila quadri e capi Fiat” che reclamavano la ripresa del lavoro, quella manifestazione di attaccamento all’azienda, di rifiuto delle prepotenze sindacali e la rapida ritirata che impose, segnarono la fine di un’epoca, iniziata con l’autunno caldo del 1969.

In molte fabbriche si era destabilizzata la catena di comando, in particolare a Torino si erano anche verificati gravi attentati terroristici, mentre la crisi innestata dall’aumento del petrolio aveva messo in ginocchio l’economia. Anche la stagione politica, che aveva appena concluso la fase del compromesso storico, era gravida di incertezze e contraddizioni. Quando il segretario del Pci Enrico Berlinguer si recò ai cancelli di Mirafiori, durante la durissima vertenza, per riprendere contatto con quei metalmeccanici che con il loro sciopero avevano dato un colpo decisivo al progetto di inserimento del Pci nell’area di Governo, si lasciò sfuggire una frase che fu interpretata come l’impegno a sostenere anche forme di lotta estreme, come l’occupazione della fabbrica.

Piero Fassino, allora segretario locale del Pci, ha poi ammesso di essere rimasto allibito. Venivano meno le tradizionali fonti di mediazione, lo scontro tra azienda e sindacati (ma anche all’interno dei sindacati che in parte consideravano avventuristica la condotta del consiglio dei delegati della Fiat) sarebbe finito solo con la sconfitta definitiva di uno dei due. La discesa in campo dei colletti bianchi, largamente appoggiati dalla cittadinanza, fece pendere la bilancia dalla parte dell’azienda.

Le notizie della marcia arrivarono a Roma dove, con il ministro del Lavoro, Franco Foschi, erano riunite le delegazioni della Fiat e del sindacato. Lama, Carniti e Benvenuto capirono subito che la partita era chiusa. Fu durissima per i lavoratori.

Si arrivò all’accordo. Ricalcava un’ipotesi che, nell’aprile precedente, la Fiat con Umberto Agnelli aveva proposto alla Flm e i cui segretari generali avevano rifiutato. Se l’avessero accettata allora, il risultato sarebbe stato eguale in termini numerici per quanto riguarda uscite, mobilità e cassa integrazione. Ma non ci sarebbero stati la lotta a oltranza, i picchetti ai cancelli, la marcia dei capi, la contestazione ai dirigenti sindacali, vale a dire la visualizzazione di una sconfitta.

Forse, la Fiat non avrebbe saputo di aver vinto, o almeno, non avrebbe avuto così chiaro quanto robusta era stata la sconfitta del sindacato.

Oggi, quarant’anni dopo, tutto è cambiato: la Fiat non esiste più, esiste la multinazionale FCA prossima promessa sposa di PSA, Mirafiori è ridotta e la produzione industriale dovrà fare i conti sulla sostenibilità ambientale e verde. Lavoro e diritti, ambiente e dignità delle persone, in un tempo di pandemia e di difficoltà a costruire il futuro.

Sembrano tempi slegati a quel 1980 ma in realtà sono sottotraccia il portato di quella storia italiana.

Luca Rolandi

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