Non c’è nulla che ci unisce

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Il recente confronto tra due Commissioni del Consiglio comunale tortonese e l’agenzia Alexala ha riportato di attualità la proposta di legare Tortona al nome “Monferrato”. Non l’avessero mai detto! In città c’è stata una “levata di scudi”. È venuto il momento di spiegare perché questa assimilazione non ha motivo di esistere

Chiunque pensasse di assimilare Tortona al Monferrato, non solo dimostrerebbe di non conoscere la storia con l’insieme dei suoi risvolti geografici, etnografici e socioculturali, ma finirebbe per trovarsi nell’imbarazzante situazione di replicare una della pagine meno felici della storia del Nord-Ovest.

Infatti l’unica volta che Tortona e Casale Monferrato si trovarono unite nella medesima realtà territoriale fu durante la triste pagina dell’occupazione napoleonica, quando la diocesi di Tortona fu unita, con violenza usurpatrice, a quella di Casale dal 1803 al 1817, data del riassetto primitivo. Anche in quell’occasione tuttavia l’unione ebbe la compattezza della biblica argilla unita al metallo, giacché ciascuno continuò a vivere come prima, un po’ per il disinteresse e il quieto vivere del vescovo francese che Napoleone aveva designato a guidare la nuova compagine ecclesiastica, Giovanni Crisostomo Villaret, che demandò il governo ai vicari capitolari, un po’ perché fin da allora si capì l’assurdità di tale assimilazione.

Cos’è il Monferrato?

08-02-2018 veduta aerea castello paleologi casale

Il Monferrato, glorioso “Suol d’Aleramo” di carducciana memoria “esultante di castella e vigne”, è un territorio eterogeneo, geograficamente parlando, senza nemmeno continuità territoriale, unito storicamente dal secolare marchesato, che ebbe in Casale la sua capitale strategica, sotto le dinastie successive degli Aleramici, dei Paleologi e dei Gonzaga.

Proprio attorno alla sua realtà dinastica, prima marchionale e poi ducale, si raccoglie e si sviluppa questo territorio, tenuto insieme dalla sola appartenenza feudale che, con diverse mutazioni di confini, dura quasi sette secoli.

Il diploma del 21 marzo 967 dell’imperatore Ottone I assegna ad Aleramo “tutte le terre dal fiume Tanaro al fiume Orba e fino alle rive del mare”, il territorio assume la denominazione di “Marca Aleramica” da cui poi si formerà il Marchesato di Monferrato; il primo ad essere citato come Marchese di Monferrato sarà Ranieri nel 1111, in una bolla di Papa Innocenzo II, tre anni dopo la morte del marchese.

Per la maggior parte della sua esistenza, il marchesato – e poi ducato – fu suddiviso in due aree non contigue, ma inframmezzate da altri territori indipendenti.

La parte settentrionale attorno a Casale, costituita dalle colline a sud del Po degradanti in una breve pianura verso la sponda del fiume, che passò alla storia come “Basso Monferrato” o “Casalese”; vi si è sviluppata una chiara identità di entroterra della “capitale”, a cui si è unito uno sguardo privilegiato verso Torino e, dalla parte opposta, alla pianura risicola vercellese, le cui ultime propaggini lambiscono Casale stesso. La parte meridionale, passata alla storia come “Alto Monferrato”, si incunea nell’Appennino ligure fino a giungere sullo spartiacque a monte della costa di Genova e Savona, ma si deve fermare ai confini dell’Oltregiogo, dove Ovada, Gavi e Novi Ligure furono e restano irriducibilmente genovesi.

In mezzo Asti e Alessandria, indipendenti dall’età comunale, sempre sognate e mai ottenute dai signori del Monferrato. I confini nei secoli mutarono più volte, ma senza mai avanzare verso Est e difficilmente superando l’Orba, se non con esigui avamposti, mentre verso Ovest importanti centri, come Chivasso e Alba, furono per secoli parte dei domini marchionali, ospitando anche le corti sia della casata aleramica sia di quella paleologa. Quindi potremmo assimilare, a maggior rigore storico, le Langhe al Monferrato, invece del Tortonese, ma sarebbe identica follia, nonostante in questo caso possa essere di supporto sia una secolare appartenenza politica sia importanti sviluppi culturali e artistici, sui quali s’innalza ad esempio la grande figura di Macrino d’Alba.

Il Tortonese

Il Tortonese è geograficamente ben individuato in quell’ultimo lembo della pianura lombarda a sud del Po, che ininterrotta corre dalla “Stretta di Stradella”, dove l’Appennino raggiunge il suo limite settentrionale, fino al fiume Scrivia, oltre il quale il territorio impervio e acquitrinoso della Fraschetta esteso fino alla confluenza della Bormida col Tanaro, ha creato per secoli una barriera naturale verso Ovest.

Questo territorio, già di suo orientato sull’asse Milano-Genova, ha generato una singolare realtà sociale e culturale di chiara impronta lombarda, o meglio si dovrebbe dire “milanese”; lo storico tortonese Nicolò Montemerlo descriveva la sua città nei termini di una naturale realtà lombarda: «Questa Patria, antichissima frà tutte le altre Città di Lombardia, già è stata ampla et illustre».

A questo si deve aggiungere che il popolo tortonese ha conservato una straordinaria identità municipale, legata indissolubilmente alla sua antichissima sede vescovile, autentica catalizzatrice di un territorio ancor più ampio del Tortonese propriamente detto.

Tra Tortona e Casale la storia non ha portato a condividere nulla per diversi secoli: un forte feudalesimo contro un libero comune, un radicamento piemontese contro una vocazione lombarda, Aleramici e Paleologi contro Visconti e Sforza, politica filo francese contro appartenenza ai domini della Corona di Spagna.

Che cosa possiamo trovare “d’arme, di lingua, di memorie, di sangue e di cor”, per parafrasare Manzoni, che unisca i due territori?

Soltanto le incursioni e le razzie dei mercenari di Facino Cane sotto le bandiere di Teodoro II di Monferrato, in un vano irrealizzato progetto, tra fine trecento e inizi quattrocento, di sottrarre Tortona ai Visconti di Milano.

Maurizio Ceriani

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