«Ecco come uscire dal guscio. La paura ci può aiutare»

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L’isolamento forzato di questi mesi ha influenzato negativamente la nostra capacità di socializzare? Siamo ancora capaci di rapporti autentici? Lo abbiamo chiesto ad Alida Palenzona, psicologa e psicoterapeuta vogherese

Anche la ripartenza, come le fasi già superate, rappresenta una sfida inedita. Molti di noi in questo ultimo periodo ne hanno avuto un assaggio, dopo i primi incontri con persone esterne al nucleo famigliare e con il ritorno al posto di lavoro “fisico”.

È pensiero comune che il periodo di isolamento abbia influenzato negativamente la capacità di socializzare; ma è ancora presto per vederne gli effetti a lungo termine, che dipenderanno dalla capacità di adattarci al cambiamento. Abbiamo chiesto di parlarcene ad Alida Palenzona, psicologa e psicoterapeuta, abilitata all’utilizzo della tecnica EMDR (indicata per la gestione degli eventi stressanti e la rielaborazione dei traumi psichici). La dottoressa Palenzona ha ricoperto diversi incarichi presso i servizi pubblici territoriali, e attualmente lavora presso il proprio studio di Voghera.

Il periodo di isolamento come ha cambiato il nostro rapporto con gli altri?

«Il Coronavirus e le conseguenti misure di lockdown e distanziamento sociale che ci sono state imposte hanno avuto un profondo impatto sulle relazioni. Un cambiamento improvviso, senza precedenti. Non eravamo abituati a essere isolati, distanti dagli altri, se non eventualmente per scelta e per periodi circoscritti.
Durante questi mesi abbiamo assistito a due situazione opposte: l’isolamento sociale da una parte e la convivenza forzata dall’altra. Siamo stati privati del contatto interpersonale; così rassicurante, capace di facilitare l’espressione di sentimenti e stati d’animo. Dove invece la vicinanza fisica non è stata negata, in famiglia, le relazioni si sono dovute riorganizzare sulla base di tempi e spazi condivisi, di nuovi ritmi, nel rispetto delle esigenze fisiche ed emotive di ciascuno. Il tempo sospeso del lockdown è stato l’occasione per ripensare alle relazioni e al valore che diamo loro. Sia nella convivenza, sia nella distanza. L’esito di tutto ciò non è affatto scontato: dipende da fattori individuali, ambientali e anche dalla capacità di costruire soluzioni creative, che possono permettere alle relazioni di evolvere, migliorare e crescere».

Fra le conseguenze dell’isolamento si è parlato di “effetto cocooning”, ovvero di una “chiusura nel proprio bozzolo”. Da cui è impossibile relazionarsi direttamente agli altri. Cosa accadrà ora che ci viene reso possibile – ma non dovuto – l’uscire da questo guscio?

«L’isolamento sociale ci ha messi di fronte a qualcosa di complesso da mentalizzare. Per sopravvivere alla malattia abbiamo dovuto isolarci dagli altri: una situazione paradossale, se pensiamo al fatto che l’uomo è un essere sociale, la cui esistenza dipende da quella altrui. Le misure di contenimento del virus hanno ribaltato questa prospettiva ed è stato destabilizzante perché ci ha privati delle nostre sicurezze. Abbiamo visto, non a caso, quanto sia stato difficile accettare di stare in casa e i ripetuti appelli a rispettare le disposizioni.
Nella fase di estrema emergenza ci siamo resi conto che noi per l’altro, e l’altro per noi, rappresentavamo un pericolo reciproco. E che restare a casa non rappresentava tanto una “prigionia”, ma una “forma di protezione”.
Molti, qui, hanno trovato gradualmente una “confort zone”.
E ora cosa ce ne facciamo di questo guscio di sicurezza?
Tante persone mi esprimono il timore della ripresa. È comprensibile e legittimo. Dobbiamo però anche sottolineare che la paura è un’emozione positiva, adattiva, perché ci mette in allarme: ci proteggerà e ci aiuterà, man mano, a riprendere la nostra vita e a tenere comportamenti protettivi verso noi e gli altri.
Bisogna invece interrogarsi quando diventa disfunzionale e così ci limita, ci rende difficile uscire di casa pur nel rispetto delle regole sanitarie.
In questo caso un supporto psicologico può essere decisivo per riprendere il controllo sulla propria vita, e diventarne di nuovo protagonisti».

Il molto tempo trascorso davanti allo schermo può avere danneggiato la nostra capacità di socializzare?

«Siamo ancora in una fase di emergenza, ed è troppo presto per prevedere gli effetti a lungo termine di questo aspetto. È vero che se in epoca pre-Covid lo schermo, il mondo virtuale, era diventato – non per tutti, ma per molti – un rifugio dall’esterno, ora invece la possibilità di connettersi è stata funzionale alle relazioni. Non so se gli schermi abbiano avuto anche un effetto negativo o se lo avranno. Penso che fino a questo momento si possano contare più i vantaggi».

Ci parli del suo lavoro. Come è cambiato negli ultimi due mesi?

«Seguendo le direttive del mio Ordine professionale, che chiedevano modalità alternative al rapporto vis-a-vis per il contenimento dei contagi, ho lavorato da remoto svolgendo i colloqui attraverso video-sedute. Ho dato continuità alle terapie avviate prima del Covid e ho lavorato sull’emergenza fornendo accoglienza, ascolto e supporto a tutte quelle persone che hanno manifestato malesseri legati a questa situazione: l’isolamento, l’incertezza, la paura hanno scatenato, per esempio, sintomi quali ansia, panico, somatizzazioni, insonnia, aspetti depressivi. Purtroppo in alcuni casi questi sintomi si sono aggravati con la pandemia. In altri si è trattato di problematiche insorte con la malattia, che ha colpito la persona stessa o un famigliare. In questa direzione bisognerà proseguire a lavorare, anche sulla gestione dello stress e sull’elaborazione dei traumi: questa emergenza sanitaria trascina con sé un’emergenza psicologica che continuerà a manifestarsi anche dopo la fine delle restrizioni, con problematiche psichiche a lungo termine.
L’invito che rivolgo alle persone è di ascoltarsi e di chiedere un supporto specialistico anche ai primi segnali di malesseri che ostacolano il proprio benessere e la propria vita. Abbiamo strumenti clinici efficaci e interventi precoci permettono una più rapida risoluzione dei sintomi».

La sua categoria è abituata a trattare temi difficili, ma a farlo nei confini di uno studio. La sera, prima, si tornava a casa; forse era più facile lasciare qualche problema sulla scrivania. Ma ora la scrivania è diventata il tavolo della cucina. Lavorare è diventato più difficile?

«Siamo formati per maneggiare questi contenuti, per mantenere dentro noi la giusta distanza emotiva. Anche in tempo di Coronavirus, per esempio, non sono mancati gli aggiornamenti formativi (in streaming) relativi a modelli di lavoro specifici per questa fase. Rispetto al “setting”, essere professionali significa anche organizzarsi per garantire l’attenzione necessaria a una seduta. È una condizione di serietà il riuscire a ricreare, all’interno del proprio spazio domestico, uno spazio professionale in cui vengono rispettate le regole di privacy, segreto professionale e la deontologia. E create le condizioni che permettano alla coppia terapeuta-paziente di lavorare al meglio.
È poi necessario prendersi uno spazio prima e dopo le sedute per concentrarsi su quello che emerge».

Pier Luigi Feltri

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