Il conte di Silvano Pietra, protagonista del Rinascimento

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Nella mostra Alessandria Preziosa – Un Laboratorio Internazionale al Tramonto del Cinquecento, allestita presso palazzo Monferrato di Alessandria, è esposto il dipinto della pittrice Lucrezia Quistelli raffigurante il Matrimonio mistico di Santa Caterina, proveniente dalla chiesa parrocchiale di Silvano Pietra. Lucrezia era la moglie del conte Clemente Pietra di cui ripercorriamo la vita e le imprese

Di Don Maurizio Ceriani

N el secolo XVI l’Oltrepò di pianura si trovò inserito nella grande politica internazionale del momento, grazie ad alcuni esponenti della famiglia Pietra, feudataria del borgo di Silvano che ancora oggi si fregia dell’appellativo di famiglia: Silvano Pietra. I conti Pietra furono tutt’altro che una famiglia della piccola nobiltà rurale. Fin dal loro arrivo a Silvano, il 1° settembre 1528, si presentarono ben inseriti nella grande politica del ducato di Milano e poi dell’intera penisola. Sullo sfondo delle vicende che coinvolsero la dinastia degli Sforza nell’ultima fase del ducato di Ludovico il Moro e negli effimeri principati dei suoi figli, Massimiliano e Francesco II, i Pietra si distinsero per la fedeltà alla Casa ducale e ne furono ampiamente ricompensati. Contestualmente si legarono profondamente a Carlo V di Spagna e al figlio Filippo II e, in seguito, trovarono felice inserimento alla corte medicea di Firenze.

Un terribile fatto di sangue

450 anni fa, la sera del 9 febbraio 1574, quello che oggi definiremmo un attentato terroristico, metteva fine, in Firenze, alla vita di un personaggio poliedrico e affascinante quale fu Clemente Pietra, IV Conte di Silvano. Pugnalato a una gamba con una lama avvelenata, Clemente morì il successivo 13 febbraio all’età di 53 anni. Il Conte ricevette funerali principeschi in Firenze e fu tumulato nella tomba di famiglia dei Quistelli in San Barnaba, accanto al suocero Alfonso, morto nel 1563. Una lapide lo commemorava con queste parole: “A Clemente Pietra, Conte di Silvano e primo Gran Priore dell’Ordine Equestre di Santo Stefano, eccelso nelle arti della guerra e della pace, prestò in entrambe, a lungo e spesso, fedele e proficuo servizio a Cosimo e a suo figlio Francesco, Granduchi di Toscana. Perciò fu dai medesimi onorato di meriti. La moglie Lucrezia addolorata pose come merito del bene da lui compiuto. Visse 53 anni. Morì alle idi di febbraio”.

Un perfetto uomo rinascimentale

Clemente Pietra incarna il modello dell’uomo rinascimentale: colto, amante delle lettere e dell’arte, politico e diplomatico di talento, aperto agli orizzonti internazionali, esperto nell’arte militare, che si stava affermando come ultima frontiera dell’applicazione scientifica del XVI secolo. A Firenze, dove giunse come valente comandante al seguito di Gian Giacomo Medici detto “Il Medeghino”, durante la guerra di Siena del 1552-1555, si inserì immediatamente nella vita politica e culturale della città. Il Conte di Silvano si pose al servizio della casata dei Medici; fu ascoltato consigliere e capace rappresentante diplomatico di Cosimo de Medici e di suo figlio Francesco. Clemente Pietra era ben considerato anche per le influenti amicizie che portava in dote dal ducato di Milano, certamente frutto della posizione di prestigio e di potere della madre, Caterina Bianca Stampa, “prima dama” di Carlo V di Spagna; tra queste spiccavano Gabrio Serbelloni, il cardinale Giovan Angelo de Medici, futuro Papa Pio IV, e il nipote Giannotto Castiglioni. Clemente divenne amico di Giorgio Vasari, di Benedetto Varchi e di Ludovico Domenichi; con il Vasari il rapporto fu profondo e articolato, intrecciandosi anche con la famiglia della moglie del conte, Lucrezia, affermata pittrice e figlia del ministro delle finanze dello stato fiorentino Alfonso Quistelli. In un famoso dipinto di Palazzo Vecchio, posto nel Salone dei Cinquecento e noto come La presa di Siena con l’assalto alla fortezza presso Porta Camollia, Vasari rappresenta l’amico Clemente, che fu protagonista di quel fatto d’arme, in primo piano di spalle in veste di archibugiere con effigiato sul cimiero lo stemma della casata. Clemente fu membro delle accademie e dei circoli culturali fiorentini, al punto che impressiona la quantità di riferimenti letterari che intercettano la sua persona.

Priore dell’Ordine di Santo Stefano Papa e Martire

In seguito alla fondazione dell’Ordine religioso militare di Santo Stefano Papa e Martire, istituito da Pio IV nel 1562 su impulso del granduca Cosimo, con la finalità di difendere le coste tirreniche dalle incursioni dei pirati islamici, Clemente ne fu nominato primo gran Priore, partecipando alla battaglia di Lepanto del 1571. La chiesa parrocchiale di Silvano Pietra conserva un maestoso affresco in cui è rappresentata la battaglia ed è celebrato Clemente Pietra, raffigurato a poppa di una galea con le insegne dell’Ordine di Santo Stefano sulla sua corazza. Non è da escludere che Cosimo de Medici abbia ottenuto la fondazione dell’Ordine, ripetutamente quanto inutilmente tentata con i predecessori di Pio IV, grazie proprio ai legami di amicizia tra Clemente e il vecchio amico ora divenuto Papa; non si spiegherebbe altrimenti il fatto che il gran priorato dell’Ordine fosse immediatamente assegnato a uno straniero, invece che a un nobile toscano.

Ambasciatore nelle corti europee

Il servizio del Pietra alla dinastia medicea non si limitò all’ambito militare, ma comprese anche una serie di delicati incarichi diplomatici. Nel 1565 ebbe il compito di accompagnare Francesco de Medici, erede del ducato, a Vienna per incontrare la promessa sposa Giovanna d’Austria, figlia dell’imperatore Ferdinando I d’Asburgo; da Vienna si recò inoltre, come ambasciatore di Cosimo de Medici, a Monaco di Baviera e in Polonia per comunicare il matrimonio di Francesco e Giovanna. In seguito lo troviamo impegnato in una delicatissima missione presso alcune corti europee per far accettare il titolo granducale che Papa Pio V aveva concesso a Cosimo I de Medici nel 1569. Dopo i veti opposti negli anni precedenti da Spagna e Impero alla concessione del titolo regio o arciducale da parte di Pio IV a Cosimo, Pio V lo insignì nel 1569 del titolo di granduca di Toscana e lo incoronò solennemente a Roma il 5 marzo 1570; il nuovo granduca avrebbe messo la sua flotta a servizio della Lega Santa che si stava venendo a formare per contrastare l’avanzata ottomana. Il procedimento volutamente unilaterale seguito dal Pontefice e la natura del titolo attribuito, che implicava la sostituzione alla disgiunta sovranità su Siena e Firenze di quella unitaria sulla Toscana, suscitarono le proteste dell’Impero e della Spagna e fu necessario tessere una rete diplomatica non indifferente per superare il problema, cosa che Clemente realizzò in modo egregio, sia alla corte di Madrid sia a quella di Vienna. Tale fedeltà fu ripagata con particolare affezione dai Medici, prova ne è che la seconda figlia di Clemente, Giovanna Caterina, ebbe come madrine di battesimo, in Pisa il 29 dicembre 1565, la granduchessa Giovanna e sua sorella Caterina d’Asburgo Regina di Polonia.

Conservatore degli Ebrei milanesi

Clemente, nonostante fosse il terzogenito, aveva ottenuto in eredità dalla madre il prestigioso e impegnativo incarico di “Deputato alla conservazione degli Ebrei dello Stato di Milano”, ufficio istituito ex novo dagli ultimi duchi Sforza per Caterina Bianca Stampa e da lei sempre scrupolosamente accudito con orgoglio e anche con un punto di ostinazione. L’ufficio rimase inalterato nel passaggio del ducato alla corona spagnola e Caterina Bianca arrivò persino a scontrarsi con le politiche antiebraiche che Filippo II voleva importare nel ducato di Milano, a imitazione degli altri domini del suo impero; non si allineò nemmeno alle posizioni di San Carlo Borromeo in materia, pur avendo con lui un singolarissimo e reciproco rapporto di stima e fiducia. Nel testamento della Contessa del 1567 si stabilisce di non conteggiare nel calcolo della parte di eredità di Clemente i ricchi proventi dell’ufficio di deputato alla conservazione degli Ebrei dello Stato di Milano, che appare in quella data già passato da Caterina Bianca al figlio. Considerando quanto Caterina Bianca fosse affezionata a questo incarico, la cessione a Clemente Pietra dell’ufficio va letto nel contesto di un rapporto veramente privilegiato tra madre e figlio. Da Clemente l’ufficio passerà al figlio Alfonso, V conte di Silvano, grazie agli uffici della granduchessa di Toscana Giovanna d’Asburgo presso il cugino Filippo II di Spagna.

Il delitto e le sue motivazioni

Autore del delitto fu il nobile cremonese Giovanni Francesco Somma al comando di un gruppo di sicari. Il motivo dell’aggressione è descritta negli atti del processo contro il Somma e a noi può sembrare assurda; il conte si era frapposto in una controversia tra Giovanni Francesco Somma e un cavaliere fiorentino denominato “Capitano Cavacarne”. La mediazione di Clemente fu mal interpretata e il rancore di Somma si spostò sul conte di Silvano che fu aggredito da otto persone armate, insieme a un servitore, che rimase egli pure ucciso, e al nipote Hermes Pietra, figlio del fratello minore Carlo. Negli atti si parla anche dei rimedi applicati dai medici per contrastare il veleno di cui era intrisa la lama e della natura del veleno stesso che uccise Clemente: “venne applicato succo di mela cotogna”, mentre il veleno è descritto “di una certa erba che nasce in Spagna”. Il processo contro Somma, in cui la vedova Lucrezia Quistelli cercò di dimostrare la premeditazione dell’omicidio, non portò alla pena capitale, poiché il 3 luglio 1575 san Carlo Borromeo scrive a Giovanna d’Asburgo, granduchessa di Toscana, perché perorasse la richiesta di perdono che i parenti del Somma supplicavano alla vedova Lucrezia, sottolineando l’occasione del giubileo che si stava celebrando. In un’altra missiva alla corte granducale di Firenze, in questo caso al cardinale Giovanni de Medici, emerge la personale conoscenza e stima che il Borromeo aveva di Clemente Pietra.

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