Il pane calpestato in una civiltà smarrita

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In quella periferia di Roma la desolazione è ancora più forte di prima. A Torre Maura, quartiere a est della città, lontano dai monumenti del centro, resta la terra bruciata a segnare il campo di una battaglia tra poveri che si è consumata la settimana scorsa. Da una parte gli abitanti, trecento cittadini inascoltati, costretti a vivere in palazzi popolari e in strade sporche. Dall’altra settanta nomadi che erano stati trasferiti nella casa di via Codirossi e che, loro malgrado, sono stati vittime dell’ira della gente del posto che non li voleva e ha assediato i cancelli della struttura, incendiato auto, gridato insulti ai nuovi arrivati, agli “zingari”, ai “ladri”. La rivolta, che ha costretto il Campidoglio a rivedere le proprie decisioni, è stata alimentata da una furia incontrollabile come sono fuori controllo i componenti di un branco attizzati anche da infiltrati esterni di Casa Pound e Forza Nuova. Poveri contro più poveri, appunto. Una madre con un bambino in braccio accerchiata e una cassa di pane, destinata ai nomadi, rovesciata. Il gesto di calpestare il pane ha colpito tutti: è immagine sacrilega per noi che lo identifichiamo nell’Eucaristia; è spreco del lavoro dell’uomo; è uno schiaffo alla storia delle nostre famiglie che ci hanno sempre insegnato a non deridere la fame. Chiediamo a Dio Padre di darci “oggi il nostro pane quotidiano” e trattiamo con religioso rispetto quell’elemento primordiale. Ci raccontavano gli anziani che il Signore scese da cavallo per raccogliere da terra una briciola di pane. Come a dire che nulla della nostra umanità va sprecato. Calpestare il pane è una barbarie: rispettare le leggi, da una parte e dall’altra, è il segno di una civiltà che non ha bisogno dell’intolleranza per smarrirsi più di quanto non stia già facendo giorno dopo giorno.

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