I guadagni della guerra

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Di Cesare Raviolo

C’è un settore dell’industria italiana che non conosce crisi, anzi da anni registra una marcata crescita di produzione e di export: è l’industria bellica. Secondo un’indagine condotta da Prometeia e Aiad (Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza), nel 2019 ha sfiorato 16 miliardi di euro di fatturato, impiegato oltre 50 mila addetti, prodotto 15 mld di valore aggiunto, realizzato esportazioni per 4,6 mld l’anno. L’Italia è il sesto esportatore mondiale di armi, dopo USA, Russia, Francia, Cina, Germania; secondo dati governativi, nel 2021, ha concluso vendite di armi con 92 Paesi, tra cui, oltre quelli Nato (52% delle transazioni), Albania, Macedonia del Nord, Egitto, Qatar, Kuwait. Il rapporto del Maeci (Ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale) evidenza come i primi 4 operatori siano Leonardo (31,6%), Fincantieri (25,3%) controllata dal Ministero Economia e Finanze attraverso Cassa Depositi e Prestiti, Idv Iveco Defence Vehicles (8,7%) e Calzoni (5,8%). In particolare, Leonardo S.p.A. (ex Finmeccanica), controllata al 30% dal Mef, figura al 12° posto nel mondo e al 1° nell’Unione Europea. Si produce di tutto: elicotteri dell’Agusta Westland, aerei dell’Alenia Aermacchi, sistemi elettronici per la difesa e la sicurezza di Selex, armamenti e sistemi di difesa di Oto Melara, Wass e Mbda (tutte controllate da Leonardo), armi automatiche e relative munizioni e parti di ricambio della Fiocchi e della Beretta, unità navali di Fincantieri, veicoli cingolati e mezzi corazzati della Idv del gruppo Exor, armi da addestramento e di precisione della Pardini, apparecchi idrodinamici per marina, aeronautica e carri armati della Calzoni, oltre a bombe e proiettili della tedesca Rmw in uno stabilimento in Sardegna. Certo, l’art. 11 della Costituzione sancisce il ripudio della guerra da parte dell’Italia e la Legge n.185/1990 vieta l’esportazione di armi verso Paesi in conflitto armato, ma “gli affari sono affari”… La spesa militare mondiale nel 2022 è arrivata a 2.240 mld di dollari: gli Stati rafforzano gli arsenali, in funzione di una sicurezza sempre più vacillante. Siamo al “si vis pacem, para bellum”, il tragico circolo vizioso che realisticamente il Papa spesso denuncia: «Come si può parlare di pace se aumentano la produzione, la vendita e il commercio delle armi?» D’altra parte, i lavoratori del comparto? Smontare il ricatto occupazionale e chiedere ai decisori politico-economici ipotesi serie di conversione industriale potrebbe essere una concreta risposta e un nostro piccolo contributo alla pace.

raviolocesare@gmail.com

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