Una lingua sorgiva e necessaria

Visualizzazioni: 25

Poesia. Angelo Vicini, nel suo dialetto vogherese, racchiude in 65 sonetti inediti le memorie della lucertola, l’animaletto che, a nostra insaputa, custodisce ancora con riservatezza le storie che raccontiamo

DI MARCO REZZANI

Che la lucertola fosse una bestiola simpatica è cosa nota. Un piccolo esserino innocuo, con il quale spesso da bambini abbiamo anche giocato. La considerazione per lei è ultimamente cresciuta grazie ad Angelo Vicini, il “poeta di Voghera”, che l’ha voluta inserire nel titolo del suo ultimo libro I memòri d’lâ lüšèrtâ, Le memorie della lucertola appunto, edito per i tipi di Edizioni Ticinum Voghera.

Si tratta di una piacevolissima raccolta di 65 sonetti, tanti sono gli anni trascorsi da quando l’autore ha iniziato a scrivere complice Ambrogio Arbasino con il “Cittadino” e quello straordinario gruppo di “amici di penna” formato da Italo Betto, Tino Giudice, Enrico Marelli, Peppino Turani e Giuseppe Calandra. 65 sonetti inediti rigorosamente in dialetto, la “lingua madre” del nostro che, in un’intervista di qualche tempo fa, ebbe a confessare “quando penso, io penso in dialetto, la lingua con cui sono venuto al mondo e che ho parlato fino all’inizio della scuola elementare. Nato tra un bombardamento e l’altro, nel 1944, ho trascorso l’infanzia senza conoscere una parola di italiano, e pur avendo poi imparato ad amare anche la nostra bella lingua, la mia mente ha sempre continuato a funzionare in dialetto. Nel mio dialetto, quello vogherese, straordinaria miscela formatasi in secoli di alterne dominazioni, in cui il latino delle origini si combina con il francese dei napoleonici, con il piemontese dei Savoia, con il piacentino, il ligure e lo spagnolo”.

Dialetto e lucertola. Stanno insieme a iniziare dalla copertina. Una grande D richiama al primo, il disegno dell’animaletto alla seconda. “Quanto al dialetto – scrive nella sua postfazione Giovanni Tesio, critico letterario e massimo studioso dei dialetti del nostro Paese – nel suo habitat vogherese, di cui è un espertissimo e, manco a dirlo, memorioso esploratore, Vicini trova il più spontaneo e naturale sbocco di un bisogno espressivo, che è poi venuto affinandosi nel tempo. Un dialetto – il suo – di famigliare ascendenza e di sorgiva necessità, ricco di una larga vocalità e di fecondi troncamenti, ogni singolo verso forgiato con disciplinare coscienza metrica, che reca con sé una felice facilità di rime. Rime, che a volte sembrano adagiarsi – ove non nascondano un intento di sprezzatura – in associazioni di comodo, ma che più frequentemente s’inarcano in pointes immaginose e sorprendenti”.

Tornando alla lucertola, il suo ruolo è prezioso. Ce lo spiega Vicini stesso. “La lucertola spunta da una crepa nel muro, da un anfratto difficile da notare, si arrampica e appena sente un rumore si rintana, si nasconde, cerca rifugio” e quando esce di nuovo “ascolta tante storie raccontate dagli uomini in tutta verità, perché nessuno di loro sospetta di essere ascoltato e parla liberamente di tutto, non solo per sfogarsi, ma anche per un suo compiacimento che non esprimerebbe in pubblico. Ecco allora che la lucertola diventa suo malgrado la custode di storie e memorie che, una volta nel suo rifugio, la fanno riflettere. Sarebbero pure fonte di umana riflessione ma, non essendo lei umana, decide di lasciare libere queste piccole storie e queste piccole memorie, che tutte assieme formano la nostra ‘Storia’, di girare per essere conosciute da altri uomini, lasciando le persone che hanno condiviso con lei, senza saperlo, tutto questo, nel perfetto anonimato”. L’uomo dovrebbe imparare dalla lucertola. Rinuncia sempre più al contatto umano, cambia la sua identità di volta in volta a seconda delle opportunità, si isola, non è in grado di rigenerarsi come la lucertola la cui coda ricresce se tagliata. L’uomo dovrebbe rigenerarsi intellettualmente, “interagendo con gli altri, raccontandosi e raccontando storie di altri” diventando “Memoria”. E dovrebbe farlo utilizzando “uno strano linguaggio che arriva da un tempo lontano, usato dagli uomini quando quelli che sapevano leggere e scrivere erano pochi, quasi un codice si direbbe, che lei ha rigenerato come avrebbe fatto con la sua coda nel caso l’avesse persa: il dialetto, la lingua della civiltà contadina, ormai quasi completamente indecifrabile, l’idioma delle nostre radici” costruendo così la Memoria, quella con la M maiuscola, che è “la base della nostra identità, è la rappresentazione di un passato in un presente continuo perché ci ricorda da dove veniamo, con l’obiettivo di dare legittimità al nostro percorso personale, politico, culturale e sociale, scegliendo oggi, con senso di responsabilità, per vivere meglio domani”. C’è tutto questo nei sonetti di Vicini, una poetica applicata alla vita. “La poesia di Vicini – annota ancora Tesio – è pratica di vita, è espressione di una prossimità umana, umanissima, perché partecipe, perché compassionevole, perché attenta, perché generosa sia nei riguardi degli uomini, sia nei riguardi della natura e anche dei problemi ecologici e ambientali. C’è sempre in lui, nel volto delle cose, il risvolto morale che le accompagna. Anche se, moralista (in senso classico), la morale di Vicini non è mai sovrimpressa, ma perfettamente connaturata al suo sentire, innervata nella sua visione e condivisione del mondo e delle cose”. Quanto alla memoria, spiega lo studioso, “Vicini, anche qui, intende alludere alla necessità di tenere in conto tradizione e riflessione, la luce di un passato, che non è defunto ma che rinasce grazie al sentimento del tempo: un tempo che volge al futuro ma non è mai se non un passato che si annuncia in altra veste: ‘pârchè gh’è no l’âvnì sénsa memòri’. Né mancherei di sottolineare come la memoria in lui sia plurale, non l’astratta nominazione di una facoltà, ma la più concreta definizione di una facoltà che diventa collettiva, considerazione non inessenziale perché dice bene l’appartenenza a una comunità, che è tanto cittadina quanto contadina (e alla figura del “pâjšân”, che compare frequentemente, è dedicato un intero sonetto: Un pâjšân lâ tèra gh ‘l’ha déntar d ‘lü)”. Guido Conti, scrittore, illustratore e biografo di Guareschi e Zavattini, sui risvolti della copertina ha riassunto i temi dei 65 sonetti: “Il recupero delle memorie dell’infanzia, le credenze, la vecchiaia, i riti dei giorni andati, le parole dei vecchi in opposizione alla sofferenza verso gli opinionisti televisivi, lo sguardo rivolto alla guerra (da leggere il sonetto dal titolo Guera per la sua struggente attualità, nda), al dolore e al mistero della vita da contrapporre al cielo e alle stelle, verso l’universo”. Un poeta “onesto e sodo”. Una poesia che genera stupore. Quello che rimane dopo aver letto ad esempio il sonetto Puesjâ e spüdâ. Il protagonista è Fortunato, un folle. “Non c’è qui soltanto la descrizione di un ‘semplice’ ma, a mio modo di vedere – scrive infine Tesio – l’eccezionale e sorprendente incontro con lo stupore cui la poesia induce: “Pâr tüti Furtünà l’è un pòvâr fol/ epüra sentândâl s’ gh’ha lâ sensâsjón/ che un quâj di u pösâ alsàs in vol”.

Commenti: 0

Il tuo indirizzo mail non sarà reso pubblico. I campi obbligatori sono segnati con *