La guerra si ferma, i boia no

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Di Ennio Chiodi

Le forche non sono mai state rimosse e i boia lavorano a tempo pieno proprio in coincidenza con le trattative di “pace” in corso tra Iran e Stati Uniti, tra colloqui balbettanti, fughe in avanti, colpi di scena e minacce propagandistiche. Lo segnalano gli esponenti della diaspora iraniana che riescono a mantenere qualche collegamento con gli attivisti che in patria si oppongono coraggiosamente alla Repubblica islamica e al suo regime di terrore. Li hanno arrestati all’inizio dell’anno quando, per diversi giorni, è esplosa la più forte ondata di protesta non violenta contro la cancellazione dei diritti civili e delle libertà personali, le costrizioni imposte alle donne, il peggioramento della situazione economica e la crescita dell’inflazione: un mix di malcontento che si è trasformato nelle principali città iraniane in una massiccia contestazione politica al regime. La risposta è stata una terribile repressione che ha provocato migliaia di morti massacrati sulle strade e nelle piazze e migliaia di arresti, sparizioni forzate, torture e maltrattamenti di manifestanti e oppositori. La guerra era nell’aria. Qualche settimana più tardi, il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele avrebbero scatenato l’attacco armato a Teheran e al regime degli ayatollah, con l’immediato allargamento del conflitto a buona parte dell’area e pesanti conseguenze economiche e geopolitiche. Trump e Netanyahu non hanno al centro delle loro preoccupazioni i diritti umani e le libertà di giovani, donne, persone disperate e sottomesse, ma avrebbero potuto almeno risparmiarsi di illuderle invitandoli a continuare la protesta (“Keep protesting”) perché l’aiuto è in arrivo (“Help is on its way”). Sotto le bombe, durante il conflitto, che ha come scopo principale lo sviluppo del nucleare iraniano e il controllo dei corridoi strategici ed energetici, la repressione non si è fermata e le speranze di buona parte del popolo iraniano sono naufragate. Le guerre compattano i regimi, riaccendono energie interne anche negative, sospendono definitivamente quel che resta della verità, offrono alibi per cancellare libertà, dignità e diritti umani. Non conosciamo fino in fondo le conseguenze che que- sta guerra ha provocato sul consenso e sugli equilibri interni al regime teocratico, né sull’economia del Paese e sulla vita delle persone. La chiusura del conflitto consentirà di rifare i conti. È possibile che si aprano brecce o fratture in un regime che dalla sua nascita, 47 anni fa, si alimenta di scontri e di nemici interni ed esterni. Abbiamo già visto dittature crollare dalla sera alla mattina e riaprirsi spazi di libertà imprevedibili. Il futuro del popolo iraniano è nelle sue mani, nel suo coraggio, nella capacità di trovare risorse e sintesi tra posizioni e aspettative diverse.

enniochiodi [at] gmail.com

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