Lungo le rive del Curone con Maria Monica Gentili

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Alla scoperta di una valle con un libro: i racconti di questa antologia ci conducono per strade e paesi dove ci sono sempre storie del passato da fermarsi ad ascoltare

DI DANIELA CATALANO

Per conoscere una località siamo soliti chiedere informazioni alla rete internet oppure affidarci a qualche guida turistica che ci illumina sulle bellezze artistiche e naturalistiche da scoprire. Difficilmente ci verrebbe in mente di prendere in mano un’antologia per avventurarci alla scoperta di una valle. Eppure è proprio questa l’idea che suggerisce Racconti della Val Curone (pp. 225, euro 18), il libro scritto da Maria Monica Gentili e pubblicato lo scorso aprile da Primula Edizioni del vogherese Giorgio Macellari. Il testo è la terza opera di narrativa dell’autrice, per anni docente di Latino e Greco al liceo classico “Grattoni” di Voghera; arriva dopo Stragi, banditi e povertà. Storia di un padre (Artestampa) e La casa dei nonni… e quel pasticciaccio del 110 (Macchione). Questa volta Gentili ha reso omaggio a un luogo particolare, la valle dell’Appennino ligureemiliano, attraversata dal torrente Curone, e a un tempo preciso, che segna il passaggio del nostro Paese dalla realtà agricola a quella industriale del secondo dopoguerra. Il punto di osservazione delle 16 storie narrate sono le campagne, i paesi che si affacciano lungo il corso del torrente, le cascinepacifiche di un’epoca pre-industriale che vive di riflesso i cambiamenti più grandi. All’interno si muovono personaggi ritratti nella loro immediatezza e le case, le chiese, l’aria e l’acqua del Curone sono al centro di episodi quotidiani, drammi, gioie, dolori degli attori della commedia umana, che mescola a caso gioia e sofferenza. In questa valle operosa, all’estremità del Piemonte, irrompe prima l’emigrazione e poi la seconda guerra mondiale che sradica gli abitanti, li costringe a scelte drammatiche e definitive e li proietta al centro del mondo. Gentili li paragona a tanti, piccoli Ulisse, “pronti a partire senza sapere se torneranno né se, tornati, ritroveranno le loro abitazioni, divenute terre di scontri tra partigiani e truppe nazi-fasciste”. Proprio ai partigiani è dedicato un ampio stralcio, per non dimenticare quanti s’immolarono per la libertà e per l’amore verso la terra natia. Nel taglio storico-sociale dell’antologia, l’autrice in filigrana riconosce le caratteristiche principali dell’agire umano, dei sentimenti potenti e intravede, in ogni storia, particolari che la letteratura, la musica e l’arte in varie età e in diverse forme hanno cercato di rappresentare. La Val Curone che Gentili presenta scaturisce dalle voci dei “raccontatori” che ha incontrato e che, in forma orale, le hanno trasmesso un ricco patrimonio di un’umanità lontana, ma sempre attuale, alla ricerca del senso ultimo dell’esistenza. Tugnen, Duilia, Ileana, Delfina, ’Driana, Roberto, Silvio, Marco, Pedrito e tanti altri sono i protagonisti di episodi che hanno come comun denominatore un paesaggio caratterizzato da boschi, sentieri, radure, edifici raggruppati a formare frazioni di borghi antichi, alcuni dei quali nel nome citano orgogliosi il fiume che forma la valle (San Sebastiano Curone, Fabbrica Curone). All’inizio al lettore-turista è consegnata una bellissima descrizione del corso d’acqua che scorre là dove i confini di Piemonte e Lombardia, si sfiorano e quasi si fondono. “Il Curone preferiva quelli piccoli di paesi perché gli toglievano poco, si accontentavano di niente e gli restituivano tanto. Gli uomini tenevano pulite le rive, pescavano i pesci necessari, lo liberavano dai tronchi se ne erano caduti lungo il percorso. A seconda delle stagioni, era tutto un pullulare di grida di bambini che facevano le dighe con i sassi, un punteggiare di orti che tornavano a rifiorire nel ronzio delle api, di bacchette che si raccoglievano da sterpi cresciuti spontanei alle sue rive per sostenere fila di pomodori. Quando si avvicinava alle città della valle, vedeva solo la fretta di attraversare i suoi ponti. Di rado, la sera, qualche vecchio si affacciava a specchiare i pensieri nelle sue acque, glieli confidava e lui manteneva il segreto. Qualche volta rispecchiava la luna e gli pareva di vedere un sorriso tra le scaglie di luce notturna sulle rughe del vecchio. Parlava due lingue il Curone e si faceva chiamare in due modi, il Quairòn, nelle terre lombarde che lambiva nel suo percorso e nelle quali andava a morire, e Crou, alla sorgente e nella sua valle di elezione nell’alessandrino. Giunto a San Sebastiano, dopo aver attraversato Fabbrica e Gremiasco, trascinando le sue acque dal Garavè, dove nasce vicino a Bruggi, il Curone accoglieva e accoglie le acque del Museglia, che scendono dal Giarolo. Ci sono due ponti, che si incontrano sopra i due torrenti nel punto in cui le loro acque si mescolano, poi il Curone riprende il cammino verso Brignano, Montemarzino, Volpedo, Pontecurone, fino a sfociare nel Po, dopo 60 chilometri, presso Corana”. Insieme a Maria Monica Gentili, si risale il Curone per “ascoltare le vite di ieri, le voci e i silenzi delle case che vi si affacciano ancora”. Oggi per lo più abbandonate ma che “chiamano inutilmente a vegliare, come un tempo, solitarie sentinelle in attesa di nuovi Tartari; potenziali nidi nuovi per giovani coraggiosi”. Lungo il viaggio che farete leggendo le narrazioni, noi vi suggeriamo due soste. La prima a Fabbrica Curone, sede di un vero e proprio cold case, una morte sospetta che non è mai stata veramente compresa. La vittima, Anna Linda Eskenazi, 57 anni, residente nella strada vecchia per Pareto, come si apprende dai giornali locali, fu trovata morta l’11 novembre 1995. La donna, nata nel 1937, era originaria di Ragogna in Veneto ed era arrivata in valle dopo aver vinto l’assegnazione della gestione della farmacia del paese, nel maggio del 1985. La sua tomba si trova nel cimitero del paese e riporta solo la data di nascita e di morte. In mezzo c’è l’esistenza di Linda di cui non si conosce molto, se non che ebbe dei problemi con la giustizia per delle ricette contraffatte e che per un certo periodo ospitò Carlo Michelutti che se ne andò dalla valle l’anno prima che lei morisse. Tante le domande rimaste senza risposta che potrebbero suscitare la curiosità di moderni investigatori sull’esistenza misteriosa della povera disgraziata che, una sera d’autunno, al rientro a casa, non trovando le chiavi, si arrampicò incautamente su una tettoia vicino all’ingresso della sua dimora e cadde nella tinozza dell’acqua piovana, morendo annegata. La seconda sosta consigliata è a Morigliassi, frazione di Fabbrica Curone, dove sorge una cascina come tante di inizio ’900: “due piani di mattoni affiancati alla stalla e, sopra, il fienile con la paglia che sporge e la scala di legno a pioli da cui ci si arrampicava per prendere forcate da dare ai buoi”. Da quella casa parte la famiglia Zanotti: mentre alcuni membri vanno a cercare fortuna in America, impossibilitati a partire si trasferiscono l’ultimo dei figli, Nito, non li raggiunge perché nel frattempo le frontiere sono state chiuse per la guerra. La sua destinazione è in pianura, alla cascina Bidellavicino a Casalnoceto. A ricordare il nucleo familiare è rimasta una foto conservata dai discendenti che ritrae i diversi membri proprio davanti a quelle mura. Oggi quelle stanze ospitano il Museo della civiltà contadina, una preziosa testimonianza antropologica del territorio nel secolo scorso, che merita una visita mentre si ascolta il placido scorrere del Curone poco lontano.

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