Ciao Davide, ci mancherai!

Visualizzazioni: 16

Il lutto. Domenica è morto Davide Ferreri, nostro amico e storico collaboratore. Aveva 54 anni. Da tempo firmava in questa pagina la rubrica sui libri. E l’ha fatto fino all’ultimo

Domenica notte è tornato alla casa del Padre Davide Ferreri, nostro storico collaboratore e nostro amico. Aveva 54 anni e da tempo combatteva contro un male che si è rivelato incurabile. Professore di Italiano e Latino al liceo ECO di Alessandria, ha lasciato la mamma Graziella, il papà Adriano, la sorella Antonella, il cognato Fabrizio e l’adorata nipote Bianca. I funerali si sono svolti a Basaluzzo, dove abitava, mercoledì mattina e sono stati celebrati dal parroco don Graziano Pepe, con don Stefano Calissano e don Mauro Mergola. Lo voglio ricordare qui, in questa pagina in cui ogni due settimane firmava la rubrica sottostante con lo pseudonimo di Totò Merumeni. Anche venerdì scorso mi aveva inviato il suo pezzo che oggi pubblico, ultimo scritto e ultima lettura di un uomo colto, raffinato, ironico, autentico testimone della fede. Questo è ciò che ho detto al suo funerale.

Quando muore un amico ancora giovane, di solito il dolore è così profondo da affermare: «Non ho parole. Alla notizia sono rimasto senza parole». E invece oggi no! Con Davide è diverso. A Davide tutti noi abbiamo tante parole da dedicare, parole esatte per volergli bene, parole piene per continuare a parlargli. Quel che sto facendo adesso in realtà è anche altro e cioè mantenere una promessa. Quante volte in questi anni, da quando è venuto ad abitarlo un brutto inquilino, un male con cui lui dialogava e che prendeva in giro, quante volte mi ha detto: «Teo, quando muoio voglio che tenga tu il discorso di commiato al mio funerale. Prometti!». Io lo mandavo a quel paese e scoppiavamo a ridere. È capitato anche lo scorso 10 agosto, san Lorenzo, cioè l’ultima volta che ci siamo visti di persona. Speravo tanto di non dover mai onorare quel patto, ma sapete che se si metteva in testa una cosa riusciva a realizzarla… «La nostra ultima burattinata» – aggiungeva sornione, la luce furba negli occhi e poi ci battevamo il pugno in segno di amicizia. «Applausi, Teo!» – ripeteva, come nei momenti in cui se ne usciva con una battuta fulminante, una riflessione che spostava il nostro punto di vista o un commento ironico. «Quanto ci ho messo, Teo, a spiegarti che cos’è la vita e che cos’è un funerale? 10 secondi?». Eh sì, Davide, applausi. Stavolta non smetto più di applaudirti e continuerò per sempre. Ricordo dopo ricordo, foto dopo foto, lettera dopo lettera, burattinata dopo burattinata, perché non finirò mai di ringraziarti per quel che sei stato per me. Tu così capace di leggere e di leggerci dentro. Tu che ti innamori di un’idea o di una Beatrice. Tu che accarezzi Mia sul divano. Tu che il Milan, la Juve, l’Inter, ma chi se ne frega… la Sampdoria, invece, perché è troppo banale stare dalla parte di chi vince sempre, dei potenti. Tu che hai dato significato alle tue solitudini, tu che andavi in vacanza da solo e, in montagna, divoravi libri, un vero intellettuale, perché è troppo facile esserlo nei salotti buoni, sotto i riflettori, da Maurizio Costanzo, che detestavi. Tu che amavi questa gente che ora è qui davanti a me, il tuo paese, il tuo bar, perché gira e rigira sono i luoghi delle persone autentiche e vere. Vedessi, Davide, in quanti sono venuti stamattina! Tu col tuo Gesualdo Bufalino, le voci della Treccani, il maestro Franco Contorbia, l’altro maestro, Elio Gioanola, Flavio Santi, le grettezze di un certo mondo accademico, Giangi il fratello, Chiara, Michela e gli altri. Tu a Lourdes con don Aldo, tu le mattine con don Graziano. Tu che prima di deciderti ci mettevi un secolo, ma su certe cose no, un istante. Se qualcuno aveva bisogno, eri pronto. Tu che spendevi i tuoi soldi in tre modi: in libreria, per fare regali agli amici e per fare la carità: «Teo, non dirlo ai miei, ma sono anni che aiuto due persone in difficoltà. Teo, stamattina ho dato 10 euro a 10 senzatetto». Tu e la scuola, il tuo mondo. Tu che davi tutto te stesso non solo per condividere delle nozioni, ma per ascoltare i tuoi alunni, per saperli felici, per renderli liberi belli consapevoli, per risolvere i loro problemi, perché ti esaltavi se imparavano a memoria un verso di Saba o traducevano correttamente un ablativo assoluto, ma ti sentivi veramente utile se loro guarivano dal male di vivere, se avvertivano le vibrazioni dell’esistenza, se cavalcavano il futuro. Se siete qui oggi, suoi studenti, voglio che sappiate che viveva per voi, che è stato davvero totalmente felice per voi, per un vostro successo, un vostro innamoramento. Davide pensava alla cultura e alla scuola come a due ali che ci fanno volare lontano, che ci fanno trasvolare. E anche quando la Scuola Istituzione avrebbe dovuto valorizzarlo di più (perché se hai Messi in formazione lo fai giocare, sempre!), quando avrebbe dovuto difenderlo di più, lui non ha smesso di credere nel valore assoluto dell’insegnamento, che non fosse solo abitudine, routine, severità, voti o “portami il diario” o “ti mando dal preside”. Tu e l’Amore, incondizionato, per i tuoi, per la meravigliosa Bianca, per mamma e papà, per Anto, per Fabrizio. Solo Dio sa quanto ti hanno curato e con quanta amorevole bontà. E a proposito di Dio, tu che non l’hai tradito, che lo pregavi ogni giorno, che lo volevi conoscere da vicino, che ti affidavi a Lui, tu che sognavi una Chiesa per gli ultimi, i disperati, gli sfigati, i carcerati, i barboni, tu, adesso, Davide salutamelo. Io stavolta non commetterò l’errore di ostinarmi a cercare tra i morti colui che è vivo. Diglielo! Grazie al tuo amore e al suo, per me, sei vivo! Venerdì mi hai inviato via mail il tuo ultimo articolo per Il Popolo che, ovviamente, pubblicherò. È la recensione del tuo ultimo libro che hai letto per la rubrica in cui ti firmavi Toto Merunemi. La mail finiva così: “Conta l’intenzione, il processo, non il risultato. Non ragioniamo troppo”. Il 10 agosto ti ho trovato stranamente tranquillo, in grande pace con te stesso, non impaurito e finalmente risolto. Sai cosa conta, Davide? Anche il modo che ci hai appena insegnato per andarcene da questo mondo, perché, come cantava il poeta – tu e io sappiamo chi è – “così si va, senza una lacrima o un rimpianto, chiudendo gli occhi in un incanto nel tempo come eternità. Così si va, dribblando Dio con una finta, con un esame di coscienza dell’altra mia felicità. Così si va, dando la mano a una bambina baciata all’ultima mattina e dirle «Non ti lascio qua». Spiegando a Dio che in questo solitario viaggio di paura e di coraggio non esiste mai un addio. Ci si innamora dell’amore e non si torna indietro mai. Ci si innamora di parole, lampi che illudono persone che non moriranno mai. Ci si innamora dell’amore e tutto il resto è niente, sai, e ti dimentichi il dolore e sai che dove tu sei stato è ancora e sempre dove vai. Così si va, ridendo al foglio di congedo, mostrando all’angelo che vedo, che la mia vita è questa qua. Si va così, sapendo che mi terrò dentro la pioggia, il sole, il mare e il vento, tutta la mia fragilità. Così si va, perché chi è stato lo è per sempre in un magnifico presente, per chi vive e chi lo sa. Si va così, perché il passato è lì davanti e la tua vita è quel che senti e che nessuno ruberà. Così si va, mica contando i giorni, mica contando i sogni che non torneranno più. Così si va, a testa alta e col sorriso di chi ha già visto il Paradiso in una donna senza età. Ci si innamora dell’amore e non si torna indietro mai. Ci si innamora dell’amore, il solo disperato vivere che hai. Ci si innamora dell’amore, cantando voci in un silenzio, dolce impigliato sentimento in questa mia felicità. Ci si innamora dell’amore che è stato tutto e niente, sai: la sola scusa di vivere che hai”.

Matteo Colombo

Commenti: 0

Il tuo indirizzo mail non sarà reso pubblico. I campi obbligatori sono segnati con *