Ricostruire Gerusalemme e non edificare la Torre di Babele
Magnifica Humanitas. La riflessione sulla prima Enciclica di Papa Leone XIV riletta da un esperto della comunicazione per WeCa (Associazione WebCattolici Italiani) e per il nostro giornale
DI DON PAOLO PADRINI
La prima Lettera Enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, pubblicata lo scorso 15 maggio, è un testo che interpella nel profondo il nostro essere, invitandoci a riflettere su come custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Entriamo insieme nelle fondamenta dell’Enciclica per immergerci nella prospettiva teologica e biblica in cui si pone, perché è solo da qui che possiamo comprenderne veramente il “senso”.
Il fondamento: l’uomo immagine di Dio
Al cuore della visione di Papa Leone XIV c’è una convinzione antica e sempre nuova: l’essere umano è creato a immagine e somiglianza del Dio trinitario. Siamo non solo creati, ma “fatti”: da Dio e per Dio. La Trinità ci crea come uomini in relazione con Dio e di conseguenza tra noi, in una vita sempre vissuta nella “comunione” e nella relazione con Lui e tra di noi; in una prospettiva che biblicamente rientra in un patto di Amore che chiede una vita come risposta alla chiama di Dio. Una vita nella quale il nostro respiro è il respiro dello Spirito. Una vita che non viene prima creata e poi interpellata da un Dio esterno e padrone: una vita al contrario “partorita” dalla Trinità, all’interno di una logica della comunione che la costituisce intimamente e ontologicamente. Questo significa – ritornando a ciò che l’Enciclica ci propone – che non siamo fatti “concretamente” per l’isolamento, ma per la relazione e la comunione. L’Enciclica ci ricorda che la tecnologia non è un nemico esterno, ma un “fatto profondamente umano”, radicato nella nostra libertà. Tuttavia, oggi ci troviamo di fronte a una sfida epocale: evitare che il potere tecnico diventi un fine in sé, oscurando la dignità di chi è stato amato infinitamente dal Signore. Per aiutarci a discernere come abitare questo tempo, il Papa ci offre due icone bibliche che fungono da bussola per il nostro cammino.
La prima icona: la Torre di Babele
La prima immagine è quella della Torre di Babele (Gen 11,1-9). Rappresenta l’umanità che cerca di “farsi un nome” e di raggiungere il cielo contando solo sulle proprie forze. Due sono i rischi che questa immagine biblica ci mette davanti. Il rischio dell’autosufficienza: Babele è un progetto costruito senza riferimento a Dio, dove l’uniformità prende il posto della comunione. La “Sindrome di Babele”: oggi questa tentazione si manifesta nell’idolatria del profitto e nella pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – che riduce il mistero della persona a semplici dati e prestazioni. Quando l’efficienza diventa l’unico criterio, l’umanità rischia di smarrire il proprio volto.
La seconda icona: la ricostruzione di Gerusalemme
In totale contrasto, l’Enciclica ci propone la figura di Neemia e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (Ne 26). Due le strade di riflessione e di agire su cui questa icona biblica ci fa riflettere: corresponsabilità e preghiera. Neemia non agisce da solo. Egli ascolta il grido del popolo, prega e poi convoca tutti – artigiani, sacerdoti, donne e giovani – affidando a ciascuno un tratto di muro da rialzare. Il percorso che il profeta fa fare al popolo convocato parte dall’orientare lo sguardo a Dio, riconoscendolo come l’unico nel quale è possibile riconoscersi realmente “popolo” capace di dialogare, unire le forze, lavorare per il bene comune. La “Via di Neemia” è la strada che il Papa ci indica per l’era dell’IA: trasformare la diversità in risorsa e fare dell’ascolto e del dialogo il terreno comune per far crescere la giustizia e la fraternità. Ricostruire oggi significa riconoscere che nessuno si salva da solo e che il futuro va edificato insieme. E tutto ciò non in una prospettiva puramente sociologica: è solo lo sguardo verso Dio, la preghiera come affidamento a Lui, il coraggio di stringerGli la mano vivendo insieme e non come “concorrenti” che apre la vita a una “nuova umanità” alleata di Dio e quindi più vera e autentica.
Conclusione: verso una civiltà dell’Amore
In sintesi, la scelta che abbiamo davanti non è tra “sì” o “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme. Siamo chiamati a essere “saggi architetti” che mettono al centro la carne ferita e amata del fratello, sapendo che il vero progresso è quello che rende la vita “più degna dell’uomo”. L’invito è quello di leggere e fare nostra l’Enciclica Magnifica Humanitas: un grande tesoro che Papa Leone XIV ci ha consegnato e che noi vogliamo accogliere con riconoscenza, responsabilità e impegno.

