Da Tortona al Mare di Bering sulle tracce del dirigibile Norge

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Il viaggio “storico-documentativo” di Matteo Leddi, studioso di storia militare e collaboratore del Museo storico “Giuseppe Beccari” di Voghera, tra Nome e Teller, in Alaska, dove si concluse una delle più straordinarie imprese dell’esplorazione mondiale

DI MATTEO LEDDIEsistono luoghi che sembrano vivere ai margini del mondo. Piccoli punti sulle carte geografiche che, per la maggior parte delle persone, non significano nulla. Luoghi remoti, difficili da raggiungere, apparentemente privi di importanza. Eppure, proprio in questi angoli dimenticati si sono talvolta scritte pagine fondamentali della storia dell’umanità. Teller, sulla costa occidentale dell’Alaska, affacciata sul Mare di Bering, è uno di questi. Oggi conta poche centinaia di abitanti: una manciata di case battute dal vento, qualche strada sterrata, barche tirate in secca, ossa di balene, trichechi e Muskox fuori dalle abitazioni e l’immensità della tundra che si estende fino all’orizzonte. Cento anni fa, però, questo remoto villaggio inuit divenne improvvisamente il centro del pianeta. Fu qui, infatti, che il 14 maggio del 1926 si concluse la storica trasvolata polare del dirigibile Norge, una delle più grandi imprese aeronautiche e geografiche del XX secolo. Protagonisti furono il generale italiano Umberto Nobile, l’esploratore norvegese Roald Amundsen e il finanziatore statunitense Lincoln Ellsworth. La loro spedizione portò per la prima volta un aeromobile a sorvolare il Polo Nord, collegando l’Europa all’America attraverso il cuore dell’Artico. Partiti da Roma arrivarono in Alaska. A un secolo di distanza, il 25 maggio scorso ho raggiunto Teller per ripercorrere idealmente le tracce di quella missione, rendere omaggio a uno dei più grandi successi della storia italiana e comprendere cosa rimanga oggi, ai confini del mondo, del ricordo del Norge. L’idea di questo viaggio non è nata per caso. Da anni mi occupo a livello locale di storia delle esplorazioni polari e della presenza italiana nell’Artico, un interesse che mi ha portato a visitare l’estremo Nord e nel 2022 le Isole Svalbard, da cui partì la successiva spedizione del dirigibile Italia del 1928, anch’essa guidata da Umberto Nobile. Teller, tuttavia, rappresentava qualcosa di diverso, non era semplicemente una tappa, ma l’ultimo tassello di una storia iniziata un secolo prima. Organizzare la spedizione si è rivelato complesso. Le condizioni climatiche dell’Alaska occidentale, l’assenza di collegamenti diretti e l’imprevedibilità dell’ambiente artico rendono ancora oggi Teller una meta estremamente difficile daraggiungere. Dopo essere arrivato ad Anchorage e aver preso un volo interno di quasi due ore che collega Anchorage a Nome, con la mia fidanzata Serena, Casey Pape, studioso dell’impresa del Norge, Cheryl Thompson, direttrice del Museo di Nome, e Luca La Bombarda, un giovane originario di Bari che oggi vive in Alaska studioso della storia del Norge, imbocco la strada che conduce verso Teller. Ci attendono tre ore di fuoristrada attraverso una delle regioni più selvagge del Nord America. Il paesaggio che si apre davanti a noi sembra appartenere a un’altra epoca geologica. Di tanto in tanto emergono dal nulla i resti della corsa all’oro che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, trasformò questa regione in una delle frontiere più estreme dell’espansione americana. Dopo chilometri di montagne, all’improvviso compare il Mare di Bering: immenso, grigio, quasi completamente ghiacciato, ai piedi dei rilievi appare Teller, per chi arriva dall’Europa sembra un luogo sospeso nel tempo. Osserviamo una donna intenta a lavorare una foca appena catturata. Gli abitanti appartengono in gran parte al popolo Iñupiat, una delle più antiche culture indigene dell’Artico nordamericano. Da sempre queste comunità vivono lungo le coste dello Stretto di Bering, tra pesca, caccia ai mammiferi marini e commerci con altre popolazioni artiche. Quando il Norge arrivò qui nel 1926, trovò una comunità che viveva già da secoli in equilibrio con un ambiente difficile. Ciò che sorprende è che molte di quelle tradizioni siano ancora oggi vive e riconoscibili. Una ragazzina ci viene incontro e poco dopo ci presenta il padre. I loro volti sembrano raccontare la storia stessa dell’Artico: lineamenti scolpiti dal vento, dal freddo e dalla vita sul mare. Più tardi alcuni cacciatori giungono in quad e si uniscono a noi. Accendiamo un fuoco sulla spiaggia utilizzando legni restituiti dal mare. Mangiamo il salmone pescato da Casey e condividiamo il cibo con gli abitanti del villaggio. L’incontro più significativo avviene nel pomeriggio. Un anziano del villaggio si avvicina e inizia a raccontare la propria storia. Parla un inglese particolare, fortemente influenzato dalla cultura locale. A un certo punto dice che suo nonno e i suoi avi aiutarono altri abitanti del posto a far attraccare il Norge nel 1926. Improvvisamente la distanza tra il presente e quella storica impresa scompare. Una targa commemorativa ricorda l’impresa del 1926 e, secondo alcune testimonianze locali, in uno degli edifici storici del paese sarebbero ancora conservati piccoli resti del dirigibile. Sull’esterno della scuola alcuni pannelli dipinti a mano che raccontano episodi fondamentali della storia locale e, tra questi, compare anche il Norge. A cento anni di distanza l’arrivo del dirigibile continua a essere considerato un evento fondante della memoria collettiva del villaggio. Non è soltanto un episodio storico: è parte integrante dell’identità di Teller. Questo viaggio non rappresenta soltanto un omaggio a Umberto Nobile. Esiste un legame profondo, e spesso poco conosciuto, tra il Tortonese, il Piemonte e la grande stagione delle esplorazioni polari italiane. Tra i protagonisti della spedizione artica del Duca degli Abruzzi del 1899-1900 figurava infatti Achille Cavalli Molinelli, medico di bordo originario di Sale. Parte dei materiali utilizzati durante quella missione è oggi conservata presso il Museo del Mare di Tortona. Si tratta di una testimonianza preziosa che collega il nostro territorio a una delle più straordinarie avventure della storia nazionale. In questo senso, la spedizione a Teller è anche un modo per riaffermare una memoria collettiva che appartiene al Tortonese, all’Italia e alla storia dell’esplorazione mondiale. Negli ultimi sessant’anni, inoltre, alcuni membri della sezione CAI di Tortona hanno portato il nome del nostro territorio in diversi ambienti polari tra i più remoti e inaccessibili del pianeta, dalle Svalbard alla Terra di Baffin, dal Nord della Groenlandia all’Alaska. Addirittura, nomi del Tortonese sono stati attribuiti a luoghi scoperti dai nostri concittadini: il Monte Volpedo e la Forcella Tortona nella Terra di Baffin, penisola di Cumberland, e il Ghiacciaio Tortona in Groenlandia, nella penisola di Qioqe. Da ricordare le iniziative congiunte fra il CAI di Tortona, nella figura di Bruno Barabino, gli istituti culturali comunali all’epoca diretti da Ugo Rozzo, l’Aeronautica Militare e l’Istituto Polare fondato dall’esploratore Silvio Zavatti. Quando abbiamo portato sulla spiaggia di Teller, dove atterrò il dirigibile, la bandiera italiana accanto a quella dell’Explorers Club, una delle più prestigiose istituzioni mondiali nel campo dell’esplorazione, ho compreso il significato più profondo di questo viaggio: un modo per costruire un ponte tra epoche diverse. Nel maggio del 1926 il Norge apparve sopra Teller e gli abitanti inuit videro arrivare dal cielo una macchina proveniente da lontano. Quando sono arrivato io, cento anni dopo, ho trovato i loro discendenti ancora lì, affacciati sullo stesso mare, custodi inconsapevoli di una delle più grandi imprese dell’esplorazione mondiale. Ho avuto anche l’onore di allestire una piccola esposizione presso il Museo di Nome e ho scoperto che nei depositi sono conservati pezzi autentici del dirigibile che non mi sarei mai aspettato di vedere e poter toccare con mano. Fra gli oggetti recuperati da Cheryl un piccolo cestino in vimini con le stoviglie in alluminio appartenute ad Attilio Caratti, motorista del Norge, che perse la vita fra i ghiacci del Polo due anni dopo, nella tragica spedizione del Dirigibile Italia. La popolazione locale si è unita con gioia, raccontando aneddoti e storie tramandate dai nonni, presenti al momento dell’atterraggio o nelle celebrazioni alla fine di maggio del 1926, dove gli esploratori furono accolti da una folla festante sotto il grido di “Rome to Nome”. Per creare un legame profondo e duraturo fra il nostro territorio e l’estremo Nord, ho donato al Museo i gagliardetti del Comune di Tortona, del Museo del Mare di Tortona e della Sezione CAI di Tortona.

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