Torna a casa Ulisse

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Di Silvia Malaspina

Caro il mio Christopher Nolan, in meno di dieci giorni il film da te diretto, Odissea, ha incassato più di 20 milioni di euro e raccolto oltre 2,4 milioni di spettatori. Numeri importanti, che si potrebbero definire straordinari, visto che si riferiscono al solo mercato italiano e a una stagione in cui non risulta particolarmente invitante rinchiudersi in una sala cinematografica. Come spesso accade nel Bel Paese quando un evento raggiunge grande visibilità, ecco spuntare dall’oggi al domani fior fiore di classicisti. Chi aveva come lettura privilegiata la Gazzetta dello Sport, spulciata con minuzia chirurgica, si lancia ora in improbabili dissertazioni sulle incongruenze tra il tuo film e il poema omerico. Caro Nolan, ho deciso di documentarmi, ma solo dopo aver visto il film, onde evitare condizionamenti. La recensione che mi pare più ponderata e rispondente al vero è offerta da Cristina Battocletti su Il Sole 24 ore, nella quale si sottolinea che il tuo non voleva essere un documentario, ma un adattamento o meglio un disadattamento cinematografico, destinato a un pubblico non solo europeo, ma anche americano e asiatico, che non ha il nostro background culturale. Inoltre l’Odissea non è un monolite, ma il risultato di una lunghissima tradizione epica trasmessa oralmente dagli aedi e poi confluita nel poema come oggi lo conosciamo. Scritto da Omero? Chissà, la questione resta aperta. Ciò che mi ha colpito è stato il predominio delle tinte fosche. Rispetto all’altra trasposizione cinematografica epica abbastanza recente – Troy (2004) – dove sfolgoravano non solo le bellezze stratosferiche dei protagonisti, ma riluceva tutta l’ambientazione, la tua Odissea si configura come un film cupo, che pare strizzare l’oc- chio all’horror e alla fantascienza. Procedendo con la visione ci si rende invece conto che tale registro è funzionale al voler rendere il viaggio di Ulisse non esclusivamente l’epopea di un eroe che solca i mari e lotta contro mille difficoltà, ma l’itinerario spirituale di un uomo che ha vinto la guerra, ma ha perso la propria integrità morale. Ecco la novità: il tuo Ulisse, caro Nolan, non è πολύτροπος, ma un uomo in crisi che vaga alla ricerca di se stesso. Alla fine del viaggio scoprirà che la propria forza risiede non nell’ars bellica, ma nell’amare e custodire la propria famiglia, ritrovando un equilibrio morale. E in questo hai reso evidenti la modernità e l’eternità dei classici, che appartengono non a una ristretta élite, ma a tutti coloro che vorranno continuare a interrogarli.

silviamalaspina [at] libero.it

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