Agnellini da macello

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Di Silvia Malaspina

Cari piccoli ovini e caprini pasquali, a rischio di attirarmi gli strali dei buongustai che perseverano nella tradizione di cibarsi a Pasqua delle vostre tenere carni, voglio dedicarvi qualche pensiero. Ho già scritto in questa rubrica che nella mia famiglia sono presenti due famelici e impenitenti carnivori, mentre io, complice una noiosa gastrite, sto virando verso un regime per lo più vegetariano: mangio carne o pesce solo se costretta, l’unica mia debolezza è rappresentata dai salumi. Incuriosita dalle campagne delle varie associazione animaliste, in questo periodo particolarmente pressanti, mi sono documentata sulle modalità di macellazione di voi cucciolotti e ho assistito a un vero film dell’orrore. Voi agnelli e capretti di poche settimane siete strappati alle madri, le quali emettono belati disperati, ammassati sui camion e fatti scendere a forza strattonandovi per le orecchie. La pesatura prevede di legarvi per le zampe a testa in giù: spesso restate in questa posizione per mezz’ora circa. Con spintoni e bastonate siete poi condotti in massa al macello vero e proprio: prima che arrivi il vostro turno, assistete all’uccisione dei vostri simili e posso garantire ai lettori che si vedono chiaramente la consapevolezza e il terrore nei vostri sguardi. Preliminarmente al macello sarebbero previste per voi operazioni di stordimento (quanta grazia!) ma gli alti ritmi di produzione fanno sì che siano realizzate in modo grossolano, pertanto subite il taglio della gola mentre siete ancora coscienti. Sono rimasta sconvolta, ma sono al contempo consapevole che le mie riflessioni possano essere confutate chiedendomi come mai non mi ponga i medesimi scrupoli di fronte a una succulenta fetta di salame di Varzi: è realistico pensare che l’uccisione di un maiale, che nell’immaginario collettivo è un animale brutto e sporco, non muova a commozione come quella di un tenero agnellino, che ci ricorda tanto il peluche della nostra infanzia. Comunque sia, non posso fare a meno di chiedermi se questa tradizione culinaria, che affonda le proprie radici nel simbolismo legato ai sacrifici di cui si legge nel Vecchio Testamento, non possa essere sostituita con una meno cruenta, che preveda, ad esempio, il consumo della carne di un ovino adulto. Non voglio certo obbligare gli onnivori a mutare il proprio regime alimentare, ma se indicessimo, anche solo per una Pasqua, uno sciopero dei consumatori della carne di voi piccolini, magari riusciremmo a ottenere che le modalità di macellazione previste possano diventare più “umane”.

silviamalaspina@libero.it

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