Aumentano i tassi: la crescita ne risente

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Di Cesare Raviolo

Giovedì scorso, la Banca Centrale Europea (BCE) ha aumentato i tassi sulle operazioni con le banche commerciali di 0,25 punti percentuali. Per effetto di tale decisione, a partire dal 16 settembre il tasso sui depositi presso BCE salirà dal 2,25 al 2,50%, il tasso di rifinanzia- mento principale dal 2,40 al 2,65% e il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale dal 2,65 al 2,90%. L’aumento era atteso, ma ora le analisi della BCE rafforzano i timori di ulteriori rialzi nel corso dell’anno. Infatti, la presidente, Christine Lagarde, ha motivato l’aumento (il secondo del 2026 dopo quello di giugno), affermando che «il conflitto in Medio Orien- te continua a generare pressioni inflazionistiche e l’inflazione è destinata a rimanere ben al di sopra dell’obiettivo (2%) per un periodo prolungato». Secondo l’Istituto di Francoforte, le prospettive rimangono “altamente incerte”, a causa di una “vasta gamma di scenari possibili” su come lo shock energetico potrebbe influenzare la crescita e l’inflazione. Gli economisti di UBS (Unione di Banche Svizzere) “alla luce delle nuove previsioni macroeconomiche”, stanno rivedendo le precedenti stime e ora si aspettano “un ulteriore aumento di 25 punti base, fino al 2,75%, nella riunione del 17 dicembre”. L’aumento dei tassi ha una duplice funzione: da un lato rendere più care per le banche le operazioni di rifinanziamento presso la BCE, dall’altro operare una sorta di moral suasion nei confronti degli istituti di credito perché rallentino il livello di erogazione dei prestiti. Questa decisione della BCE, con le sue ricadute sull’economia reale, genera non pochi dubbi e perplessità. L’aumento del tasso di riferimento farà lievitare anche l’intera gamma dei tassi praticati dalle banche su mutui e finanziamen- ti alla clientela, con possibili conseguenze su consumi delle famiglie e investimenti delle imprese. Potrebbe risentirne la crescita che, nel 2026, nonostante le revisioni operate dalla BCE, per l’Unione Europea resta al di sotto del punto percentuale, mentre il problema dell’inflazione, dovuto all’offerta di prodotti energetici, è poco controllabile dalla politica monetaria. Inoltre, ulteriori aumenti getterebbero benzina sul fuoco nei mercati obbligazionari, in un momento in cui la finanza è già sotto pressione a causa delle difficoltà dei debiti sovrani (primo fra tutti quello USA) e degli ingenti finanziamenti richiesti per sostenere gli investimenti nell’Intelligenza Artificiale. Per l’Italia questi problemi sono aggravati dall’enorme debito pubblico (3.207 miliardi a fine giugno).

raviolocesare [at] gmail.com

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