Euro: compleanno dimenticato

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Di Cesare Raviolo

Giugno 2024 sta per finire; un altro anno è passato, si sono svolte le elezioni Europee, ma nessuno ha ricordato, benché ormai a posteriori, un compleanno importante: quello dell’euro, che quindi adesso compie 35 anni + 1. Pochi sanno che le sue origini risalgono al giugno 1988, quando un Comitato, composto dai governatori delle banche centrali, presieduto dal francese Jacques Delors, fu incaricato di elaborare un progetto, sfociato poi nel “Rapporto Delors”, per la progressiva realizzazione dell’Unione economica e monetaria europea. Introdotto il 1º gennaio 1999, in sostituzione della precedente unità di conto europea ECU (European Currency Unit), il 1º gennaio 2002 iniziò a circolare come moneta effettiva. 35 anni dopo sarebbe stato opportuno tentare un bilancio dell’euro, specie mentre le tendenze populiste, nazionaliste e protezionistiche emergenti ne mettono in forse l’utilità. Ci proviamo qui, nel nostro piccolo. Per i 20 Paesi dell’eurozona i vantaggi, più volte enunciati dalla Commissione europea, sono chiari: riduzione della fluttuazione delle valute e del costo dei cambi delle monete, potenziamento del mercato unico, maggiore collaborazione per realizzare economie più stabili, con beneficio per gli investimenti e l’occupazione. Purtroppo, non sempre i fatti hanno seguito la direzione prevista. Complici le crisi degli anni 2007-2009 e la pandemia Covid-Pil, consumi e investimenti hanno registrato ampie fluttuazioni. In particolare, gli investimenti pubblici netti si sono azzerati tra il 2010 e il 2013 e sono rimasti stabili fino al 2019. Nei 15 anni dal 2008 al 2023 gli investimenti privati sono cresciuti di appena il 7% in termini reali e l’occupazione del 5,7% tra il 2017 e il 2019. Le cause sono da ricercarsi nella bassa crescita della produttività che, sempre tra il 2017 e il 2019, è risultata in aumento di oltre il 10% solo in Spagna, fra il 3 e il 6 in Germania, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito, ma addirittura in calo del 4,7% in Italia. Sull’altro piatto della bilancia stanno gli svantaggi riassumibili nella rinuncia ad ampi spazi di manovra in materia di politica monetaria, fiscale e di bilancio, al punto che, secondo la scuola post-keynesiana della Modern Money Theory, “i Paesi dell’eurozona hanno le mani legate quando devono rispondere alle sfide economiche, ai problemi interni come disoccupazione e povertà fino alle crisi finanziarie e all’instabilità”. D’altra parte, l’unione monetaria è incompiuta, perché l’UE non si è ancora dotata di una politica fiscale comune e di un bilancio anticiclico. Luci (poche) e ombre (ancora troppe), ma nonostante tutto e anche se in ritardo: buon compleanno, euro!

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