Se il riarmo frena l’economia
Di Cesare Raviolo
L’Unione Europea sembra orientata ad applicare il noto “si vis pacem, para bellum”, ma il modo con cui sta programmando il riarmo rischia di avere pesanti conseguenze negative sulla crescita economica di lungo periodo. Secondo gran parte degli studi sull’argomento, l’aumento della spesa per la difesa ha minori effetti moltiplicatori sul reddito nazionale e sull’occupazione rispetto a un equivalente aumento di spesa per produrre beni e servizi civili (infrastrutture di trasporto, sanità, istruzione, ecc.). Le industrie che producono materiali bellici sono ad alta intensità di capitale, ma a bassa intensità di lavoro. In questo settore produttivo, gli Stati del vecchio continente presentano elevati livelli di dipendenza da Paesi extraeuropei, in primis gli USA. Secondo una stima del Parlamento UE, tra febbraio 2022 e giugno 2023, il 78% degli acquisti bellici degli Stati europei è avvenuto fuori dall’Unione e di questi il 63% è stato da fornitori statunitensi. Inoltre, l’aumento della spesa per la difesa rischia di essere poco efficace a causa di sprechi e duplicazioni, scarso coordinamento ed eccessiva diversificazione degli investimenti fra i singoli Paesi, mentre riduce inevitabilmente la spesa pubblica in altri settori, spesso il sociale e il sanitario. Anche l’idea che l’industria bellica alimenti ricerca, sviluppo e innovazione (per esempio, Internet) non ha più riscontri concreti: oggi l’innovazione nasce soprattutto nel settore civile e poi è adottata da quello militare. Il riarmo dell’Europa è stato deciso in un momento di estrema debolezza istituzionale e con un obiettivo di spesa – 5% del Pil – sproporzionato: se i 27 Paesi dell’UE adottassero un sistema di difesa unico, a parità di livello di sicurezza, si avrebbe una riduzione rilevante della spesa complessiva. La difesa europea è da considerare un bene pubblico sovranazionale e come tale sarebbe opportuno non fare gravare il peso del finanziamento sui bilanci nazionali ma sul debito comune (eurobond?). L’imposizione di un target uniforme (5%) a Paesi con tassi di crescita differenziati non può che accentuare le già rilevanti divergenze esistenti nell’Eurozona. Infatti, i Paesi che dispongono di una maggiore capacità nell’industria delle armi acquisirebbero la quo- ta più ampia della nuova domanda pubblica, mentre agli altri rimarrebbe soprattutto il ruolo di acquirenti. E se, con un sussulto di dignità, facendo appello ai valori che l’hanno resa fin qui grande, l’UE adottasse il meno noto, ma più accettabile “si vis pacem, para pacem”?raviolocesare [at] gmail.com

