Un esame… maturo
Di Silvia Malaspina
Cara la mia Simona Favari, sei stata la presidente di una delle 56 commissioni dell’esame di maturità nella provincia di Piacenza. A scrutini conclusi hai condiviso sui social e in un’intervista al quotidiano La Libertà la tua esperienza e le tue riflessioni. Ti sei soffermata sulla novità introdotta dal Ministero per quest’anno: la presentazione che ogni candidato doveva fare di se stesso, focalizzandosi non solo sul percorso scolastico, ma anche sulle attività svolte nel tempo libero: una panoramica a 360 gradi nella quale il fattore numerico della valutazione non trovava posto. Le tue impressioni sono state illuminanti: «Dobbiamo smettere di raccontare i ragazzi attraverso etichette troppo semplici. Fragili, ansiosi, digitali: definizioni che colgono aspetti reali ma non bastano a descrivere la complessità delle loro storie. Mi ha colpito la sincerità con cui si sono raccontati. Non ho sentito discorsi costruiti per piacere alla commissione, ma riflessioni autentiche su ciò che la scuola ha rappresentato nelle loro vite. Per qualche minuto, prima di tornare a interrogare e valutare, la scuola ha ascoltato». È evidente, cara Simona, che quei 5 minuti – questo il tempo stabilito – che il maturando ha dedicato a esporre la propria personalità e non solo le proprie competenze, hanno realmente fatto la differenza. I commenti alle tue parole sono stati positivi: insegnanti, genitori, studenti si sono trovati concordi nel riconoscere che l’ascolto rappresenti la chiave di tutto. Mettiamo il caso di un alunno che si fosse presentato all’esame con una media un po’ zoppicante, ma che dalla presentazione emergesse brillante, coinvolto in attività sportive o di volontariato o di semplice ausilio alla propria famiglia, magari in difficoltà… non sarà forse degno di un riconoscimento? La media del 9 non garantisce l’essere empatici, accoglienti, pronti ad aprirsi al mondo, insomma maturi. Per una volta, cara Simona, plaudo all’ennesima riforma dell’esame di maturità, che ha permesso ai commissari di recepire le differenze, ricercare il significato del percorso di ciascun ragazzo e delle sue scelte future, testare la sincerità e l’autenticità che sono emerse e che valgono molto di più di un elaborato perfetto. Non si è trattato di alterare la cornice valutativa dell’esame, ma di riconoscere che non sempre il sistema scolastico riesce a vedere il patrimonio di sentimenti ed emozioni che gli studenti portano con sé. L’autopresentazione, quindi, è stata uno strumento prezioso, complementare ma non sostitutivo della tradizionale valutazione.
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