«Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!»

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Leone XIV Papa della pace. La sua voce si è levata forte e decisa contro ogni conflitto armato in occasione della Pasqua e della veglia di preghiera di sabato 11 aprile. Inaccettabile e fuori luogo l’attacco rivoltogli dal presidente Usa Donald Trump. Ma il Papa ha ribadito: «Non ho paura. Continuerò a parlare del messaggio del Vangelo»

DI DANIELA CATALANO

Mentre Donald Trump dava l’ultimatum al regime dell’Iran, da Roma si è levata, forte e decisa, la voce di Papa Leone XIV che ha invocato la necessità di pregare a livello mondiale, affinché le istituzioni «ritrovino il senso di realtà e allontanino ogni potenziale rischio di portare il mondo in un baratro senza ritorno». Nel messaggio di Pasqua il Pontefice ha ricordato che Cristo con la sua Risurrezione testimonia all’uomo come il male non abbia mai l’ultima parola. Durante la Benedizione Urbi et Orbi di domenica 5 aprile ha, poi, annunciato la veglia di preghiera per sabato 11 aprile alle ore 18, quando tutti i fedeli del mondo sono stati invitati a pregare il Santo Rosario. Il Successore di Pietro, alla vigilia della Pasqua delle Chiese orientali, ha domandato di unire «le invocazioni di tanti alle infinite possibilità di Dio», per cercare di infrangere quella che ha definito una «demoniaca catena del male». Proprio nel giorno del 63° anniversario dell’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII, Leone si è rivolto ai «milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace e che curano le ferite e riparano i danni lasciati dalla follia della guerra» e ha chiesto di ascoltare in particolare la voce dei bambini che hanno visto morire sotto le bombe i loro coetanei a Gaza, in Iran, in Ucraina e in tante altre parti del pianeta. Nella basilica di San Pietro, sabato scorso, il Santo Padre, dopo la recita dei Misteri gloriosi, intervallati da meditazioni dei Padri della Chiesa, ha ringraziato i presenti e quanti si sono uniti spiritualmente da tanti altri luoghi della Terra, sottolineando che «la guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina». E ha aggiunto: «Basta un poco di fede, una briciola di fede, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia». La preghiera, secondo il Papa, non è «rifugio» per scappare dalle responsabilità, né «un anestetico contro il dolore che tanta ingiustizia scatena» ma è la “risposta alla morte” che invita ad alzare lo sguardo e a rialzarsi dalle macerie. «Niente ci può chiudere in un destino già scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà». Purtroppo la guerra non è un male nuovo e per questo Leone XIV ha ricordato le parole di san Giovanni Paolo II nel contesto della crisi irachena del 2003 quando, riprendendo san Paolo VI, esclamava: «Mai più la guerra!». La preghiera, secondo il Papa, «educa ad agire» e attraverso pensieri, parole e opere si può disgregare il male e trovare «un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più imprevedibile e aggressivo», tanto da trascinare «nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, il Dio della vita». «Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita»: Leone XIV ha invitato ad ascoltare le voci dei bambini. Molte, infatti, sono le lettere che riceve da quanti vivono in zone di conflitto dalle quali emerge la «disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio». Ai governanti delle Nazioni ha gridato: «Fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!». Il Papa ha implorato di convertire i cuori e le menti a un “Regno di pace”, da costruire anche negli ambienti che si vivono quotidianamente, «con l’amicizia e la cultura dell’incontro». «Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. – ha proseguito – Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace!». Leone, poi, ammirando la statua di Maria Regina Pacis, trasferita lo scorso 9 aprile in piazza San Pietro dall’omonima parrocchia romana nel quartiere Monteverde, ha richiamato l’attenzione sulla bellezza della preghiera del Rosario capace di creare un’armonia celeste «parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento», perché tutti «abbiamo bisogno di non farci travolgere dall’accelerazione di un mondo che non sa cosa rincorre, per tornare a servire il ritmo della vita, l’armonia della creazione, e curarne le ferite». Citando il suo predecessore Francesco, il Pontefice, infine, ha ribadito il bisogno di «artigiani di pace che agiscano con ingegno e audacia» nella società. «Mai più la guerra, avventura senza ritorno, mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza»: il grido finale della veglia di preghiera che è terminata con la supplica rivolta al Signore Gesù. L’appello risoluto e potente alla pace di Papa Leone che ha scosso le coscienze, non è piaciuto al presidente Donald Trump che, nella notte italiana tra domenica e lunedì, sul suo profilo social Truth ha scritto: “Papa Leone è debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera”. Il presidente americano in un vero e proprio deliro di onnipotenza ha anche rivendicato di aver avuto un ruolo nell’elezione del cardinale Prevost al soglio pontificio: “Dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno” la sua elezione “è stata una sorpresa sconvolgente. Non era in lizza per diventare Papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che questo fosse il modo migliore per gestire il presidente Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano”. Immediata la replica da ogni parte del mondo in difesa del Pontefice attaccato ingiustamente dal leader americano. I vescovi degli Stati Uniti, con una nota firmata dal presidente della conferenza episcopale, l’arcivescovo Paul Coakley, hanno definito “denigratorie” le parole usate da Trump. Ferma anche la risposta della Conferenza episcopale italiana, che ha espresso “rammarico”, “auspicando da parte di tutti rispetto per la sua persona e per il suo ministero”. La Presidenza della Cei ha ricordato “che il Papa non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace”. “In un tempo segnato da conflitti e tensioni internazionali, – hanno scritto i vescovi – la sua voce rappresenta un richiamo esigente alla dignità della persona, al dialogo e alla responsabilità. Le Chiese che sono in Italia rinnovano al Santo Padre vicinanza, affetto e preghiera, auspicando da parte di tutti rispetto per la sua persona e per il suo ministero”. Nonostante le numerose reazioni di sdegno a difesa di Prevost, il presidente Usa è rimasto fermo sulle sue posizioni e non ha voluto scusarsi perché, secondo lui, Leone «ha detto cose sbagliate ed è contrario a quello che sto facendo in Iran». Da parte sua, il Pontefice, che lunedì 13 aprile ha iniziato il suo terzo viaggio apostolico che prosegue fino al 24 aprile e tocca Algeria, Angola, Camerun e Guinea Equatoriale, sollecitato dai giornalisti durante il volo, ha risposto fermamente: «Io non ho paura dell’Amministrazione di Trump. Continuerò a parlare a voce alta del messaggio del Vangelo, quello per cui la Chiesa lavora. Io non guardo al mio ruolo come a un politico, non sono un politico, io non voglio entrare in un dibattito con lui». «Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo. – ha proseguito – Io continuo a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, promuovendo il dialogo e il multilateralismo con gli Stati per cercare soluzioni ai problemi. Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c’è una via migliore». Il presidente Usa ha osato persino pubblicare un’immagine generata con l’intelligenza artificiale in cui appariva con indosso vesti religiose e la mano posata sulla testa di un uomo malato, circondato dai suoi seguaci, da una bandiera americana e dalla Statua della Libertà e dopo questo affronto ha ricevuto aspre critiche da numerosi ambienti religiosi e pure dai molti suoi sostenitori, che hanno giudicato il post blasfemo. Persin Masoud Pezeshkian, presidente dell’Iran, ha scritto su X, rivolgendosi direttamente al Pontefice: “Condanno l’insulto rivolto a Vostra Santità. La profanazione di Gesù, profeta di pace e fratellanza, non è accettabile per nessuna persona libera”.

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