Meryl ri-veste prada

Visualizzazioni: 7

Di Silvia Malaspina

Cara la mia Meryl Streep, il 29 aprile è arrivato sugli schermi italiani l’attesissimo sequel del film Il Diavolo veste Prada, la cui prima parte uscì 20 anni fa. Come allora, cara Meryl, interpreti o per meglio dire, impersoni la temibile, glaciale, cinica ed elegantissima Miranda Priestley, direttrice di Runway, una rivista patinata che molti hanno con- siderato come alter ego di Vogue. Unendomi ai 2 milioni di Italiani che, solo nella prima settimana di proiezione si sono recati al cinema, sono accorsa, ammaliata dal ricordo della tua interpretazione così magistrale che, quando mi capitava di vedere in qualche servizio televisivo Anna Wintour, la vera direttrice di Vogue che ispirò il personaggio di Miranda, ero inevitabilmente portata a pensare che fosse molto più pregnante la tua finzione rispetto all’originale. In questo nuovo capitolo non deludi: dai vita a una Miranda che continua a sfoggiare la sua monumentale corazza e a pretendere non approvazione, ma riconoscimento. Eppure, grazie alle raffinate sfaccettature che hai impresso al personaggio, riesci a cambiare il registro dell’intero film. Il Diavolo veste Prada 2 non scimmiotta la prima versione, non è uno strascicato film sull’industria della moda, ma una pellicola del tutto nuova sulla crisi dell’editoria e del giornalismo. Va riconosciuto, cara Meryl, che sei affiancata da tre prodi moschettieri, nei panni dei tuoi collaboratori: Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci: ti fanno da corona e movimentano la scena, trasmettendo allo spettatore il messaggio che l’editoria sia ormai stritolata tra le logiche dei social e quelle del marketing. La- pidario, a tale proposito, il discorso dell’art director e fido coadiutore, Nigel (un immarcescibile Stanley Tucci) sui cambiamenti nel mondo della carta stampata: «Runway è nell’etere, digitalizzata, scaricabile» perché la versione cartacea «ormai praticamente non la compra più nessuno». Cara Meryl, il pubblico ha avuto un’ulteriore ed ennesima conferma del tuo sfaccettato talento. Non che ce ne fosse bisogno: in 50 anni di carriera hai interpretato personaggi molto diversi e in tutti hai lasciato un inimitabile imprinting. Possiamo dire che un po’ di Miranda era in te già nel 1975: al termine del tuo provino per la protagonista di King Kong, il produttore Dino De Laurentiis, in italiano commentò: «Che brutta! Perché me l’avete portata?». Tu, capendo l’italiano, rispondesti in inglese: «Mi dispiace non essere bella abbastanza per il tuo film, ma la tua è solo un’opinione tra tante e ora vado a trovarne una più gentile».

silviamalaspina [at] libero.it

Commenti: 0

Il tuo indirizzo mail non sarà reso pubblico. I campi obbligatori sono segnati con *