I salari pagano il prezzo della benzina
Di Cesare Raviolo
La recente impennata dei prezzi delle fonti energetiche ha messo in evidenza che la principale causa di inflazione in Italia non è la dinamica salaria- le, bensì proprio l’andamento dei costi di benzina e gasolio. La constatazione non riguarda solo l’oggi. Lo studio Il prezzo nascosto, curato dai docenti universitari Mar- co Leonardi e Leonzio Rizzo, consente di ricostruire l’andamento dei salari nel Paese tra il 2019 e il 2025. Il primo dato che emerge con chiarezza è che l’ondata inflazionistica di questi anni, contrariamente all’opinione corrente, non è dipesa dai salari ma per circa la metà dall’aumento dei prezzi dell’energia. Nel periodo, infatti, l’inflazione è stata del 20%, con un picco (13,8%) nel 2022-2023, mentre, secondo i dati Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) i salari nominali sono aumentati del 12%, con una perdita di potere d’acquisto dell’8%. In Germania i salari hanno recuperato integralmente il terreno perso, con un lieve aumento in termini reali (+0,2%) e in Francia le retribuzioni sono cresciute dello 0,5%, mentre i salari reali negli altri Paesi Ocse sono rimasti stabili. In Italia la perdita di potere d’acquisto di questi 5 anni ha rappresentato l’ultima fase di una tendenza sfavorevole di lungo periodo. Tra il 1991 e il 2024 le retribuzioni reali erano scese del 2,4%, mentre in Francia e in Germania sono aumentate di circa il 30%. Anche il modo con il quale la crescita dell’economia viene distribuita ha inciso sui salari. Tra il 2019 e il 2025 il valo- re aggiunto dell’economia italiana è cresciuto del 3,42%, di cui lo 0,74%, cioè il 22% del totale è toccato ai salari e il 2,66% (78%) ai profitti. Tuttavia, se la tenuta sociale non si è ancora incrinata, secondo Leonardi e Rizzo, è perché il reddito complessivo delle famiglie è aumentato per effetto dell’incremento dell’occupazione (1 milione di posti in più anche se molti sono caratterizzati da retribuzioni modeste). Per l’Istat quasi 1 quarto dei lavoratori percepisce meno di 13.000 euro netti all’anno. La debole reazione dei salari all’inflazione è dipesa dalla tempistica della contrattazione. Negli anni di maggiore inflazione, infatti, molti contratti non sono stati rinnovati per evitare indicizzazioni troppo onerose e quando sono arrivati i rinnovi, la perdita di potere d’acquisto era ormai consolidata. Anche se il recupero di quanto perso appare difficile, una riflessione, nelle sedi opportune, su ritardi nei rinnovi contrattuali e fiscal drag si impone.
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