«La Luna e oltre: la mia sfida è aiutare le giovani menti»

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Da Broni alla Nasa: l’avventura di Cinzia Zuffada scienziata dello Spazio

Non ci pensiamo. Spinti a guardare costantemente in basso lo schermo dello smartphone: ma la Terra vista dall’alto è una prospettiva decisiva per il futuro del pianeta, cercando risposte e soluzioni alle minacce all’ambiente con l’incognita climatica. Cinzia Zuffada ha speso, invece, la propria vita professionale proprio su questo fronte.

Guardare la terra dall’alto. Bronese, classe 1956: il liceo scientifico al “Taramelli” di Pavia, l’Università, alunna del collegio Ghislieri. Quindi la laurea in Ingegneria Elettronica, specializzandosi in campi e onde elettromagnetiche, la carriera accademica come ricercatrice, con una borsa CNR-NATO per la ricerca negli Usa. Poi il post-dottorato presso il prestigioso Caltech (il California Institute of Technology). Da qui una brillante carriera nel campo della ricerca negli Usa fino a “sbarcare” (è il caso di usare questo termine) ai vertici del JPL/Nasa, il Jet Propulsion Laboratory, la frontiera avanzata della ricerca spaziale.

Cavaliere della Repubblica, di recente insignita dalla Regione come “Voce lombarda nel mondo”, Cinzia, pur in pensione, non smette di battersi per gli orizzonti della ricerca, come presidente dell’ISSNAF (Italian Scientists and Scholars in North America Foundation), organismo che lavora per rafforzare la cooperazione scientifica e accademica tra Italia e Nord America, che ha permesso a centinaia di giovani menti di fare stage negli Usa.

Vive a Los Angeles con il marito: la incontriamo nella sua Broni, tornata per festeggiare i 92 anni della mamma.

Il dialogo al bar Incontro di via Emilia, non lontano da via Recoaro dove abitava con la famiglia. Citare il bar è quasi un obbligo visto che Cinzia annota:

«Quando veniamo in Italia non può mancare il cappuccino dell’Incontro e che nostalgia quando ce ne andiamo».

Si parte da qui, anzi dalla lectio magistralis che ha tenuto nei giorni scorsi a Pavia per la consegna dei diplomi di dottorato: una platea di uditori che lei, oltrepadana alla Nasa, ha sempre preferito. Ovvero quella dei giovani ricercatori. Cosa ha raccontato alle giovani menti pavesi?

«Ho presentato una relazione sugli obiettivi e sulle prospettive legate alla ricerca spaziale, in particolare alle osservazioni della Terra dai satelliti. Sono, infatti, tante le domande a cui, grazie all’analisi di questi dati, forniti dal telerilevamento, si può dare una risposta: come stiano cambiando le falde acquifere; di quanto si stia innalzando il livello del mare; quali aree contribuiscano alla maggiore concentrazione di anidride carbonica; come stiano cambiando la copertura nuvolosa e le precipitazioni; come si stia riassorbendo il buco dell’ozono; quanta massa di ghiaccio sia andata persa. In gioco c’è la salute del pianeta e degli esseri viventi».

E, nel dettaglio, cosa si può capire, dall’alto, della nostra salute?

«Faccio un esempio concreto ed efficace. La Nasa e l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) stanno collaborando per una ormai imminente missione spaziale che studierà l’inquinamento atmosferico. Missione legata al lancio in orbita dell’osservatorio MAIA, composto dal satellite PLATiNO-2 fornito dall’ASI e da uno strumento scientifico costruito presso il JPL della Nasa. La missione permetterà di raccogliere e analizzare i dati dell’osservatorio, insieme a quelli registrati dai sensori a terra e con i modelli atmosferici. Questi risultati saranno poi correlati ai dati di nascita, morte e malattie delle persone per poter trovare risposte sull’impatto che hanno sulla salute le particelle solide e liquide che contaminano l’aria che respiriamo. Le polveri sottili hanno, ormai è noto, un effetto nocivo a largo spettro sulla vita umana a partire dal feto nel grembo della madre».

Inevitabile chiederlo: dopo il recente viaggio di Arthemis attorno alla Luna, quando ci torneremo davvero?

«L’obiettivo è quello di creare sulla Luna insediamenti umani sul modello, inizialmente, di quanto accade oggi in Antartide: ovvero gruppi di studiosi impegnati a ricerche sul suolo lunare. Una prima fase a cui seguiranno altre. Si parla di avviare il progetto nel prossimo biennio, ma non sarà così semplice. Con Arthemis c’è, ora, ed è stato per così dire collaudato, il mezzo per arrivare in orbita; poi, però, si dovranno avere moduli altrettanto collaudati per trasportare uomini e materiali sullo stesso suolo lunare. Scenario diverso rispetto ai primi sbarchi sulla Luna, dove l’obiettivo era quello di battere la Russia nella corsa verso il satellite. Obiettivo, peraltro, raggiunto: le tecnologie di allora erano limitate rispetto a quelle attuali, per esempio i computer, ma pur sempre all’avanguardia per quei tempi. Menti eccelse erano responsabili della creazione delle tecnologie e implementazione di quelle missioni. Ora si tratta di arrivare sulla Luna in pianta stabile. Peseranno gli interessi economici e militari. Vale una riflessione in tal senso. Il taglio dei fondi alla Nasa, deciso da Trump, guarda caso non riguarda questo settore delle missioni spaziali, quanto quello destinato a capire quale sia l’effetto dell’inquinamento sul nostro pianeta».

In tutti questi campi lei ha giocato e gioca un ruolo da protagonista, da ricercatrice prima e dirigente e scienziata del JPL/Nasa poi. Cosa ha comportato il suo essere donna?

«Parto da una riflessione che ho fatto a Pavia di fronte ai dottorandi: ho notato come ci fossero tante donne. Nel settore del dottorato i numeri sono chiaramente a favore delle donne che, per condizioni di partenza, devono essere più brave per poter essere riconosciute nel loro valore. Si impegnano di più: e lo si vede dai voti e dai livelli raggiunti. Poi le difficoltà restano nel momento in cui si deve entrare nel campo d’azione. È stata la mia sfida negli Usa ai tempi dell’amministrazione Obama, quando c’è stata una grande apertura verso il riconoscimento del contributo femminile ai piani alti della ricerca, al punto che la vicepresidenza della Nasa era toccata per la prima volta a una donna. Con Trump, invece, siamo precipitati indietro, con il ruolo delle donne di nuovo relegato in subordine. Un disastro».

Siamo ottimisti e pensiamo al futuro. Ovvero i giovani. Per lei una sfida nelle sfide.

«Vero. Un impegno legato all’ISSNAF: una rete di volontari che riunisce docenti e ricercatori italiani espatriati negli Usa. Ci sono università con centinaia di docenti nati in Italia. Noi, con il nostro impegno d’associazione, creiamo i contatti. In questo modo siamo riusciti a portare centinaia e centinaia di studenti italiani a fare esperienze di ricerca negli Usa per poi tornare, arricchiti di idee, in Italia. Oltre un centinaio di loro è stato da me alla Nasa».

Noto un sorriso compiaciuto. Missione riuscita…

«Credo proprio di sì, anche a livello personale. È accaduto, infatti, qualcosa di più: io e mio marito abbiamo ospitato in casa nostra tanti di questi studenti. E si è rimasti in contatto di amicizia con le loro famiglie. Dopo questa intervista andrò a Benevento invitata a seguire la laurea di uno di quegli studenti. Sono anche entrata a far parte della commissione stessa d’esame. Una cosa per me bellissima».

Fabrizio Guerrini

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