Il sogno italiano che è diventato realtà

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Il tortonese Fausto Caviglia ha ideato e diretto alla regia il film documentario sugli Italiani emigrati in Germania dopo il 1955. Stasera alle ore 21 sarà proiettato a Voghera, al cinema “Arlecchino”

Ci sono pagine nella Storia recente del nostro Paese che meritano di essere approfondite perché ricche di significato e capaci ancora di insegnare qualcosa. Una di queste riguarda l’emigrazione. Non solo dalle regioni del Sud verso il Nord dello stivale o dall’Italia verso il Sud America, ma in particolare quella degli Italiani emigrati in Germania dopo il 1955. Sono passati già 71 anni, infatti, dal 20 dicembre 1955, quando fu siglato l’“Accordo per il reclutamento e il collocamento della manodopera italiana” in terra tedesca, che portò migliaia di nostri connazionali a partire alla ricerca di fortuna. Nel 2025 in ricordo di quel patto è stato realizzato Un sogno italiano, il film documentario pensato e diretto dal regista tortonese Fausto Caviglia, prodotto da Cristiano Bortone per Orisa Produzioni, in collaborazione con Latteplus, che presenta il lungo viaggio di quanti partirono alla ricerca di un lavoro. La pellicola, che è stata proiettata, in anteprima, all’Ambasciata italiana di Berlino e poi a Verona, alla fine del 2025, e il 14 aprile scorso alla Cineteca di Milano, arriva oggi, 7 maggio, alle ore 21 a Voghera, al cinema “Arlecchino”. Caviglia, che vive e lavora tra Milano e Berlino, accompagna il pubblico in un viaggio nel passato degli emigranti ripercorrendo la strada fatta per riuscire a essere rispettati, prima come esseri umani e, poi, per il proprio valore, fino a diventare il vero e proprio motore dell’economia tedesca. Attraverso testimonianze dirette, luoghi della memoria e materiali d’archivio, il film ricostruisce una storia di fatica e riscatto di tanti emigranti per i quali la Germania rappresentò l’inizio di un futuro migliore. Tra speranze e sacrifici, emerge una realtà collettiva che continua a parlare al presente con forza e attualità. Perché quello dei quattro milioni di italiani in Germania è stato un percorso faticoso, che ha richiesto tempo ma che alla fine ha contribuito alla crescita della nazione tedesca. All’inizio gli immigrati erano impiegati soprattutto come minatori, carpentieri e lavoratori dell’edilizia, dopo sempre più come operai nelle aziende tecnologiche e automobilistiche. Un sogno italiano è un racconto a più voci, di sette emigranti che narrano le sofferenze e le umiliazioni subite ma anche la ferma intenzione di giocarsi le proprie carte, di resistere e lottare, per non mollare e tornare in patria e, soprattutto, per conquistare nuovi diritti sul luogo di lavoro. Tra le voci emerge quella di Lorenzo Annese, classe 1937, di Alberobello, che fu il primo “Gastarbeiter” ovvero il “lavoratore ospite” a essere assunto in Volkswagen. Le sue parole sono molto chiare: «Emigrazione significa essere l’ultimo, ovunque». Esprimono senza filtri la verità, fatta di discriminazione e rifiuto. A Wolfsburg, dove la fabbrica automobilistica Volkswagen aveva la sede centrale e dove si producevano i Maggiolini, a metà degli anni Sessanta un abitante su quattro era italiano ma il villaggio “Berliner Brücke”, costruito per i “Gastarbeiter”, era inospitale, una specie di ghetto nato sulla base esistente dei vecchi lager della Seconda guerra mondiale, realizzato per impedire una vera integrazione con la popolazione locale. Tante erano le privazioni, tra cui la più difficile da sostenere era l’impossibilità a ospitare le mogli e la famiglia. Solo dopo più di 10 anni fu permesso a interi nuclei familiari di riunirsi e vivere insieme. Emerge anche come il termine “Gastarbeiter” fosse nato quasi per rassicurare la popolazione tedesca che la presenza dei Fremde (gli stranieri) era temporanea e che sarebbero andati via. Dovevano passare ancora molti anni prima che gli Italiani non fossero più degli “ospiti a tempo” ma dei veri cittadini tedeschi. Si percepisce nel caso di Daniela Cavallo, figlia di un “Gastarbeiter” calabrese, una degli intervistati che, attualmente, è presidente del Consiglio di Fabbrica della Volkswagen. Un’evoluzione impensabile qualche decennio fa. Il film quindi offre uno sguardo autentico su una generazione che ha costruito il proprio futuro lontano dalla propria terra, riuscendo a creare un affresco profondo e toccante dell’esperienza migratoria italiana del dopoguerra. «Questo documentario è un omaggio all’umanità che sta dietro ogni grande fenomeno sociale – ha detto Caviglia – e racconta tante storie personali straordinarie seppur piccole, fatte di solidarietà, ingegno e orgoglio che io ho cercato di far rivivere in tutta la loro carica emotiva». L’autore di Un sogno italiano è il figlio di Ilda Coppi, collaboratrice storica della Comunità pastorale “San Marziano” di Tortona e da poco insignita dal vescovo della “Croce pro Ecclesia et Pontifice”. Dopo la laurea in Scienze Politiche a Milano, appassionato di musica e cinema, Caviglia ha frequentato il corso di regia e sceneggiatura presso Cinelife e ha collaborato, come aiuto regia, in Italia e all’estero, con diversi registi. Lasciata Tortona per Berlino, è diventato filmmaker dal 2004, anno in cui ha realizzato il suo primo, pluripremiato, videoclip musicale. Negli anni seguenti ha diretto cortometraggi, documentari e video musicali partecipando a numerosi festival cinematografici, ricevendo riconoscimenti e premi, in particolare per due documentari sul tema dell’autismo. Nel 2012 ha realizzato il documentario Ciao Italia uscito nelle sale a Berlino, Milano, Roma e Firenze. Un sogno italiano il 9 e l’11 maggio sarà a Milano al teatro “Martinitt” e al cinema “Anteo” e poi farà tappa a Roma, Milano, Napoli, Trevignano, Prato e Firenze.

Daniela Catalano

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