Il tempo dello stato in luogo. E della paesologia

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L’Oltrepò ci manda segnali per dirci: férmati. Dalla rete di sentieri, al teatro itinerante, all’ospitalità senza fronzoli. Non servono opere grandiose che ci allontanano dal territorio, invece di concentrarci su come valorizzarlo

È l’estate dello stato in luogo. Stiano sereni i lettori più giovani, non li aspetta un ripasso della noiosa analisi logica. Non è un compito delle vacanze. Piuttosto un impegno per le vacanze. Un invito a ragionare insieme, alla luce dei fatti che le statistiche fotografano: il 2020, dicono le cifre, è l’anno in cui gli italiani (nella cospicua misura del 76%) hanno scelto e sceglieranno di fare le ferie in Italia. Anche molto vicino a casa. L’estate dello stato in luogo, appunto. L’agosto perfetto per l’Oltrepò che, a chi arriva e a chi resta, sa regalare occasioni di preziose scoperte e riscoperte di luoghi e di persone, nello spirito di un periodo che prova a fare un po’ di vuoto nella testa frastornata dalle faccende di tutti i giorni. Il nostro Oltrepò, in questo agosto speciale, manda più di un segnale per dirci: férmati, guardati intorno, apprezza lo scorrere più lento dei giorni. E può riuscire a sedurre, condurre a sé chi si allontana dalle città, chi ha voglia di trovare e ritrovare radici.

Come? Con tante realtà di produzione locale, che propongono ospitalità senza fronzoli. Offrendo una interminabile rete di sentieri da esplorare a piedi, in bici o a cavallo: 200 percorsi su 500 chilometri che, in un solo anno, hanno visto passare 5000 persone. Persino con la curiosa comparsa di un’Apecar, che, insieme a una minuscola compagnia teatrale, scala le colline e si posa di paese in paese, di piazza in piazza per suggestive narrazioni.

Quante storie contengono le nostre terre, dalla pianura fino alle cime più faticose, prima di scavallare verso la Liguria e non solo. Si tratta di sostare, tendere l’orecchio, saperle ascoltare. E se la società dei vincenti (anche se, come al solito, sono i più fragili a soffrirne) è messa in crisi dalla pandemia, un’estate fuori rotta, adatta a cercare ciò che abbiamo a pochi chilometri da casa, può farci dimenticare quello che crediamo ci manchi, e guidarci a godere piuttosto di ciò che abbiamo. I paesi di qui, grazie a più arrivi anche inaspettati, vivranno pure loro il piccolo miracolo di sentirsi un po’ più reali, perché guardati non solo da occhi nuovi, ma con occhi nuovi. E chissà che questo esercizio di paesologia, che significa cercare le virtù delle aree più interne e anche un po’ di casualità nel trovarle, ci aiuti nella ripartenza più difficile a cui siamo chiamati dopo parecchi decenni. A settembre la realtà delle cose più faticose non potrà essere evitata, lo sappiamo. Tuttavia, se avremo usato questo tempo per rivedere certe scelte del passato e per guardare attentamente il presente, se avremo ragionato su ciò che va cambiato o solo migliorato, avremo più forza. A Broni, per esempio, lo stanno facendo con l’aiuto di esperti di analisi socio-economiche: vale la pena di vedere come procederanno le cose. Abbiamo compreso da tempo che non serve dare via libera a opere grandiose che ci allontanano dal territorio, invece di concentrarci su come valorizzarlo nelle sue migliori specificità. Abbiamo capito che nella costanza delle manutenzioni dei declivi e delle strade tra paese e paese c’è la più adeguata promessa di futuro. È il nostro moto attraverso luogo che va studiato, perseguito con cura paziente. Perché chi viene in cerca di luoghi speciali in cui tornare, e tornare, e tornare ancora non debba rassegnarsi a certi fenomeni su cui ci mette in guardia anche il poeta Franco Arminio. È lui che, dal cuore dell’Irpinia, ha inventato la paesologia e ne ha fatto una ragione di vita. Ecco le parole che denunciano splendidamente il problema: «Sospeso sulle argille / d’una vecchia collana / il paese perde le sue perle / frana». Quante perle ha il nostro Oltrepò che vanno conservate ben salde e rinfilate ogni volta che si logorano! Sarebbe utile approfondire seriamente se una lunga vita di quieta prosperità, senza guizzi di favolosi guadagni promessi e non mantenuti, sia la vocazione su cui scommettere e lavorare. E chi dice che l’otium di una vacanza speciale non possa diventare nello stesso tempo occasione di negotium? Se non altro potrà essere momento di suggestioni da condividere, come il buon cibo, in compagnia; da far maturare in idee e proposte. Se la vacanza è quel tempo di sospensione che serve per ricaricare le forze anche quando non ci si sposta affatto, possiamo attingere ancora alle parole del poeta per un augurio speciale a chi resta: «In questi giorni il paese è una medicina, / la prendo tre volte al giorno / mattino, pomeriggio e sera, / mi curo di me / guardando fuori». Buone vacanze.

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