Fine vita: confini troppo fluidi

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Di Ennio Chiodi

«Non vogliamo una pistola carica sul comodino». La metafora, cruda, ma efficace, rende bene la preoccupazione espressa da 8 degli 11 malati ammessi dalla Corte Costituzionale all’udienza che doveva discutere dell’allargamento dei criteri per accedere al suicidio assistito, o meglio, alla non punibilità di chi aiuti questo gesto estremo. Sono persone con patologie molto gravi o irreversibili malati terminali, che la Consulta con una procedura quasi del tutto inedita, ha voluto ascoltare, prima di decidere, riconoscendo, con grande senso delle istituzioni, che norme e sentenze, per essere davvero efficaci, devono vivere soprattutto di umanità. La Corte è ancora una volta chiamata ad assumere, di fronte alla latitanza del Parlamento e del Governo, una delicatissima decisione che presuppone riflessioni in materia di bioetica, psicologia, diritto, medicina e pratica clinica, con il necessario rispetto per la dignità della persona e per le profonde convinzioni di ognuno di noi. Nella sostanza dovrà valutare se mantenere tra i requisiti richiesti per poter accedere al suicidio assistito anche quello di dover dipendere da trattamenti di sostegno vitale. Non sono in discussione gli altri criteri previsti dalla sentenza n.242 del 2019 della Corte Costituzionale, unica fonte giuridica al momento: che la patologia sia irreversibile; che il malato sia afflitto da sofferenze fisiche e psicologiche ritenute non più tollerabili, che sia capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Tre dei malati chiedono che il presupposto della necessità di trattamenti di sostegno vitale debba essere cancellato anche per ragioni di uguaglianza, per evitare discriminazioni: ci sono – si sostiene – persone che pur non dovendo, o non potendo, ricorrere a trattamenti salvavita subiscono sofferenze altrettanto insopportabili. Alla base della richiesta degli altri otto, favorevoli a mantenere anche questo requisito, la convinzione che l’iter previsto non debba essere scontato, né tantomeno facilitato oltre limiti molto definiti. Avvertono il rischio che la morte diventi per le persone più fragili e vulnerabili una risposta sociale, in mancanza di cure, assistenza, accompagnamento, sostegno relazionale e psicologico. Con una naturalezza che naturale non è i paletti diventano sempre più lenti e i confini sempre più fluidi. Alcune delle garanzie previste dalla Consulta vengono gradualmente disattese a cominciare dalle cure palliative, che avrebbero dovuto essere propedeutiche a qualsiasi scelta definitiva del malato, ma che vengono sempre più trascurate, quasi ad accelerare un cammino vissuto come inesorabile e irreversibile. L’assenza di un chiaro indirizzo legislativo favorisce confusione e incertezza.

enniochiodi [at] gmail.com

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