Un dodecalogo ispirato alla liturgia delle stagioni

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La novità editoriale. Gianni Mussini ha curato, per Interlinea, la pubblicazione dei sonetti di Cesare Angelini dedicati ai mesi dell’anno

Ben noto è l’amore di Gianni Mussini per la “sua” Pavia e per il “suo” Cesare Angelini (1886-1976), rettore dell’Almo Collegio Borromeo dal 1939 al 1961, dove invita i più bei nomi della letteratura italiana e fonda i “Saggi di Umanesimo Cristiano”.

Scrittore e poeta, Angelini collabora a riviste come Il Convegno e più tardi a quotidiani come Il Resto del Carlino e infine il Corriere della Sera. La poetica angeliniana figura tra gli ambiti di ricerca prediletti da Mussini, accanto a Clemente Rebora con un’importante produzione pubblicistica sul poeta, senza dimenticare Dante, Manzoni e Jacopone da Todi. Recentemente ha curato la pubblicazione dei Sonetti dei mesi dell’anno (Interlinea Edizioni, 2026, pagg. 116, euro 16) dello stesso Angelini, con la presentazione di Pietro Gibellini, una testimonianza di Giorgio Boatti e un intervento dell’attuale rettore del Borromeo Alberto Lolli. Dodici “perle” per altrettanti mesi con cui l’autore “per la rara sensibilità che non nascondeva, avrà colto con spontaneità il garrire delle rondini nel grande invaso del cortile, il luccichio dell’acqua e l’ombra del muschio nei giardini, ascoltato lo stormire alto del bagolaro centenario e gustato i profumi delle ortaglie, contemplato la densità della nebbia che invade i loggiati e il radioso dispiegarsi dell’alba oltre il cancello e, nelle giornate terse, spinto lo sguardo oltre l’argento del fiume, verso i colori del Borgo e verso il profilo delle colline lontane d’Oltrepò”, come scrive Lolli.

È lo scorrere del tempo, dei giorni, dei mesi, degli anni a invadere il cuore del lettore dei sonetti di Angelini, non una lettura sterile, ma che dà pace, suscita quella nostalgia buona, colma di stupore per le grandi meraviglie che, nella quotidianità, ci circondano. È un respiro di eternità quello che ci lascia la “contemplazione” delle poesie del sacerdote di Albuzzano. E tutto questo emerge in pienezza grazie al lavoro di Gianni Mussini che non si è limitato a pubblicare i dodici sonetti tout court. Altri ci avevano già pensato.

Lo spiega bene Pietro Gibellini nella sua presentazione: “Stampati da soli, i dodici sonetti sui mesi occuperebbero altrettante pagine, campeggiando ariosi come nel volumetto che Scheiwiller mise fuori nel 1977, l’anno dopo la morte dello scrittore novantenne […]. Forse non dispiacerebbe, ad Angelini, se li chiamassimo idilli, nel senso teocriteo o leopardiano o semplicemente etimologico: dodici quadretti appesi alla bianca parete di una galleria d’arte che vanno valorizzati con un largo passe-partout e da una cornice elegante. Ci si ricorda di quei commentatori che facevano stampare il loro commento in una grande edizione in folio: al centro, come un francobollo, qualche riga di un testo sacro o profano, comunque venerato, e tutt’intorno l’apparato di chio- se e commenti. Così ha fatto Mussini per la corona dei mesi: ciascun sonetto introdotto da un cappello, si appoggia sul piedistallo dell’apparato di varianti, cui segue l’ampia spiegazione, nel senso proprio del termine […]. Lungi dal forzare il testo, il commentatore lo spiega in senso etimologico, lo distende come un lenzuolo ripiegato nell’armadio che, schiuso, sprigiona il suo profumo di lavanda”.

Una fragranza da cui emerge “la radice morale, intellettuale e mentale, oltre che estetica” di Angelini. Gibellini definisce la critica letteraria messa in campo da Mussini una “forma di carità”. E ha ragione perché l’alumnus del Borromeo anche in questa occasione svolge la sua attività di ricerca “con spirito di servizio, indossando la veste invisibile dello studioso come fosse il camice di un medico, la toga di un magistrato, la divisa di un militare o il saio di un frate: abiti confacenti non tanto a un lavoro quanto a una scelta vocazionale”.

“La raccolta – aggiunge Gibellini – si apre con Gennaio, sentito come creatura viva, al pari degli altri mesi, più o meno espressamente animati. […] Si snodano poi i mesi, lentamente, uno per uno, nella loro bellezza gustata con una gioia che a taluno parrà estetizzante, ma che meglio direi francescana, sapendo l’amore del poeta per Assisi e il suo santo”.

“Si tratta – sottolinea Mussini – di un vero dodecalogo ispirato alla liturgia delle stagioni, il cui ritmo don Cesare avvertiva come un dono del Signore” nel quale il “tema fondamentale è la campagna, interpretata in una prospettiva religiosa libera e persino edonistica”.

Altra protagonista è la letteratura con la campagna “quasi sempre filtrata dall’esempio del suo Pascoli, il poeta della natura madre dolcissima”, “dall’altro grande del tempo D’annunzio”, senza dimenticare la Bibbia, Manzoni, Dante. Nei sonetti vibrano colori, odori, suoni, in una “straordinaria combinazione di diversi ambiti sensoriali, le sinestesie” la cui funzione “non è semplicemente stilistica, ma piuttosto è quella – morale, religiosa – di abbracciare e collegare tra loro tutte le cose”. Ne esce un “Angelini moderno, capace di tener testa all’evoluzione della poesia novecentesca e tutt’altro che ripiegato su nostalgie passatiste”.

Giugno, mese virile, età perfetta / dell’anno, che recessi ombrosi accampi / tra l’entusiasmo dei tuoi lunghi soli. Con questi versi dedicati al mese presente, l’invito alla lettura facendo nostre le parole del rettore Alberto Lolli: “Rimane […] il desiderio di trattenere qualcosa di quella lezione silenziosa, di imparare a guardare con maggiore attenzione, a riconoscere la poesia nascosta nei gesti semplici, a lasciarsi accompagnare dal ritmo naturale delle cose”. In fondo, a proteggere con cura la “bellezza che abita il quotidiano”.

Marco Rezzani

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