Le smanie per la villeggiatura nei villini di Arquata

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Torrette, bovindi, richiami al cottage, qualche citazione liberty e déco: le palazzine che andavano di moda negli anni ’20 e ’30, dove si giocava a tennis e a volano e si facevano affari

Pensiamo l’estate e si fanno avanti le sensazioni della stagione imbevuta di sole. Nelle zone più ombrose, però, ecco far capolino le ultime tracce di estati senza abbronzatura e senza piscina, dove non si ambiva ad andare in vacanza, ma, casomai, in villeggiatura. Arquata Scrivia vi suggerisce i suoi momenti di gloria industriale, il borgo antico con torre e pozzo, le vie di comunicazione? Eppure cento anni fa era una meta alla moda: ancora decine di villini parlano di quel breve ma brillante periodo. Sono case dal fascino particolare, “di un tempo altro e di un altro tempo”, perché costruite non per viverci, ma per trascorrervi, al massimo, pochi mesi, e in anni che stabilivano priorità ben diverse dalle nostre.

Il villino di campagna era oggetto del desiderio per tutto un gruppo di professionisti, industriali, benestanti che cominciavano a pensare la città come un luogo da cui prendersi una pausa, per ricercare ombra, frescura, maggior contatto con la natura. Arquata godeva del collegamento ferroviario con Genova, di un paesaggio ameno e di un clima ventilato: non aspettava altro che “essere scoperta” dai villeggianti, e così fu. Se gli anni Venti e Trenta furono l’apice prima della discesa e del cambiamento dei costumi, la colonia villeggiante, così veniva indicato il gruppo di famiglie che contava nomi di spicco, aveva iniziato a insediarsi nei primi anni del ventesimo secolo.

Un inventore e fautore di questa Arquata alla moda fu l’ingegner Francesco Rivera, che lanciò le case della sua cooperativa intorno al 1905. La sua idea consisteva nel valorizzare una zona definita boschiva con la realizzazione di palazzine che hanno forme dal nordico, con richiami al cottage, qualche citazione liberty e déco e molti elementi di taglio storicista, tra torrette e bovindi, mantenendo il paesaggio verde, le alberature ricche e impedendo la costruzione di strutture disturbanti. Il successo gli arrise, e così nacquero i primi villini che danno tuttora il nome alla zona a sud del paese. Anche i materiali ricordano un incontro fra la dimensione ligure e quella prettamente locale, con i camini e gli stipiti di pietra di Montaldero, i ferri battuti a richiamare lo stile “Coppedè”, il robusto legno caro al porto genovese – il pitch pine – per infissi, scale e ringhiere. La vecchia chiesa campestre di S. Antonio, per mano dello stesso Rivera, perse l’aspetto quattrocentesco per sfoggiare l’attuale veste neoromanica. Vi si celebrava la “Messa dei villeggianti”, e Germana Gaslini, sorella della sfortunata Giannina in memoria della quale sorge il celebre ospedale genovese, la scelse per il suo matrimonio.

I conti Gaslini sono fra le famiglie di spicco di quella breve stagione, ma ci sono anche, tanto per citare qualche esempio, armatori e industriali come i Moresco e i Nasturzio (Ettore Nasturzio importerà per primo i setter inglesi in Italia, e vorrà il rilancio della falconeria, con addestramenti fra Scrivia e Spinti), gli orafi Pisano, nella frazione Varinella la dinastia di architetti e ingegneri Gardella e, nella suggestiva Pineta Vallebona, nel complesso oggi in rovina, la marchesa Ferraro Piuma e i siciliani Caruso, soci dei Florio. Si conversa, si balla, si gioca a carte, a tennis e a volano, si combina qualche affare e più di un fidanzamento. Si passeggia, gli uomini in paglietta e completo chiaro, le donne con parasole di prammatica. Le autorità locali non vogliono che gli ospiti si inzaccherino: fra le mansioni dei pompieri volontari ci sono pulizie straordinarie di strade ancora polverose.

La stagione, dicevo, fu breve. Un primo giro di valzer che il primo conflitto mondiale rallenterà, una ripresa luccicante negli anni Venti e Trenta, e l’inesorabile fine di un mondo col secondo dopoguerra. Oggi molte ville sono ancora da ammirare, altre sono state restaurate più o meno bene, altre ancora cadute in abbandono.

La traccia di quel valzer è più che altro ombra di viali e dettagli di suggestione. Se si passa davanti a Villa Rivera, verso Rigoroso, basta osservare. Osservate bene. Non sembra anche a voi di vederle?

Un gruppo di bambine e ragazze, coi loro bianchi abiti estivi, si affaccia sul giardino. L’unica presenza maschile è un po’ discosta, forse per allontanare il fumo del sigaro. Sono la famiglia De Merzlyak, e hanno preso la villa in affitto dal promotore della villeggiatura arquatese, intorno al 1906. La nobile signora ha fama di eccentrica, unisce alla passione per i vestiti e i cappelli quella per caprette e maialini, che tiene come animali domestici. Edoardo De Merzlyak, nato nel 1866, ha sposato Adele Pezza di Pavignano, più giovane di lui di nove anni, nel 1896 a Colleretto Giacosa. Lui un militare di carriera, sempre in viaggio da una destinazione all’altra, di aristocratica ascendenza slava, lei figlia di un senatore, vicina all’entourage sabaudo e dama di palazzo: hanno due figlie, Maria Luisa e Paola Grazia. Ma la sorte, per Adele, ha in serbo un tempo breve. Muore il 24 agosto 1912, e viene sepolta ad Arquata, in una tomba ornata dalla corona.

Edoardo diviene colonnello, ha momenti di gloria soprattutto al Monte Sei Busi, si risposa, ha altre due figlie, e muore nel 1929. La villa, proprietà dell’ingegnere Rivera, sarà la casa di villeggiatura sua e dei suoi discendenti. Poco è cambiato, solo il dislivello del giardino fu spianato per diventare campo da tennis, dove oggi vediamo un prato. Maria Luisa, 60 anni dopo sua madre, riposerà nella stessa tomba ad Arquata.

Forse ricordava ancora un giorno d’estate, in cui tutte vestivano in bianco.

Patrizia Ferrando

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