Sulla strada della lingua italiana: lungo la Postumia, con Alessandro Manzoni

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Lo scorso 21 maggio in Biblioteca a Tortona si è svolta la manifestazione Dertona scopre Libarna. Tra gli interventi degni di nota non ci è sfuggita questa interessante relazione che vogliamo riproporre ai nostri lettori

di Giuseppe Polimeni*

Da che il mondo è mondo, le strade uniscono gli uomini, avvicinano le città e i paesi. Fin dalle origini, sulle strade, tra le merci che transitano, nascosti e silenziosi passano i fonemi e le parole.

Chi osserva la rete viaria dell’Italia antica non ha difficoltà a immaginare perché una parola dei dialetti come busecca (la trippa, che qualcuno ancora gusta dalle nostre parti) non ci provenga da qualche presunto avo celtico o longobardo, ma derivi dall’arabo bzq (‘ventre, otre’).

Lungo la via Postumia, che dal Friuli (Forum Iulii per i Romani) va a Genova, passando da Tortona, Libarna, Arquata, l’antichità ha assistito a movimenti di gente, merci, parole.

Per le strade dei mercanti e del servizio postale, in età moderna cominciano a spostarsi più di frequente i viaggiatori, italiani e stranieri, desiderosi di conoscere le bellezze naturali e artistiche della Penisola, di cui avevano letto.

Tra le vie d’Italia e d’Europa la Postumia può vantare un merito particolare, un’occasione a cui l’italiano deve l’essere diventata lingua moderna di comunicazione. Per la Postumia è passato nel 1827 Alessandro Manzoni che andava a Firenze – tutti ne abbiamo letto o sentito parlare sui banchi di scuola – per “sciacquare i panni in Arno”.

Nell’anno della Ventisettana, la prima edizione dei Promessi sposi (1827), lo scrittore parte per Firenze. La ragione la spiega all’amico e interlocutore Tommaso Grossi, in una lettera che, scritta da Firenze, ci aiuta a capire l’origine di quell’immagine depositata nella nostra memoria di ragazzi: «Ma tu sai come sono occupato: ho settantun lenzuolo da risciaquare, e un’acqua come Arno, e lavandaie come Cioni e Niccolini, fuor di qui non le trovo in nessun luogo».

I “lenzuoli” sono i fogli di stampa della Ventisettana, che lo scrittore sottopone al vaglio – parola per parola – di amici intellettuali di Firenze. Sulla lingua di Firenze, o meglio sull’ideale di un idioma parlato da un’intera società, si fonda l’edizione definitiva del romanzo (1840), quella che, tramite la lettura, anche scolastica, dei Promessi sposi, ha dato una lingua moderna agli Italiani.

A una precedente lettera, scritta da Genova, dall’Albergo delle Quattro nazioni, il 25 luglio 1827, indirizzata anch’essa al Grossi, dobbiamo il resoconto della prima parte del viaggio da Milano, che non era stato facile. In questa lettera Manzoni menziona lo Scrivia, perché lungo la Postumia – giorni di brutto tempo, temporali – la carrozza esce di strada:

[…] non so se tu abbia inteso che il dì seguente la carrozza dov’era tutta la nostra picciola nidiata, ribaltò, addosso a un rialto, per grazia del Cielo, perché dietro a quello era la Scrivia in fondo a un dirupo. E per la stessa grazia del Cielo, nessuno si fece male, e tutto si risolvette in puia come dal parlar della buona gente accorsa dovemmo intendere che colà si chiama quella brutta passione o sentimento che tu lo voglia dire. La sera, anzi qualche po’ di tempo prima, fummo in Genova né più né meno; e ci siamo tuttavia.

L’incidente potrebbe essere avvenuto a Rigoroso, dove era una curva famigerata della Postumia, come ipotizza una pagina web di ricerca storica del Comune di Arquata Scrivia.

Tutto era finito in puia, un grande spavento. La forma è attestata ancora oggi in quelle zone, fino alla Liguria. Manzoni registra la parola dei soccorritori, attentissimo alla voce dei dialetti.

Un racconto più dettagliato del viaggio, con il resoconto delle soste, si trova nella corrispondenza della figlia Giulietta.

Per quella strada Manzoni passa più di vent’anni dopo, per raggiungere la figlia Vittoria che ha sposato Giambattista Giorgini e vive a Massarosa.

È il 1852. Lungo la Postumia lo scrittore scopre con meraviglia la costruzione della strada ferrata di collegamento tra Torino e Genova e ne scrive ammirato alla moglie Teresa Borri Stampa:

Mia Teresa, […] Come t’ho scritto ieri, il viaggio è stato felicissimo. S’è passata la notte a Alessandria, e me [ne] sono chiamato contentissimo, perché altrimenti s’arrischiava di passare al buio davanti a delle cose, non solo belle, ma stupende, che non m’aspettavo punto di vedere, e che tu non t’aspetti sicuramente di sentirti raccontare. Voglio parlare de’ lavori in parte principiati, in parte finiti per il tronco della strada di ferro, da Arquata a Genova. Ponti giganteschi, viadotti lunghissimi e altissimi, per una serie di grandi arcate, e di pilastri che paiono massi di montagne e precipizi: una galleria di 795 metri, aperta e finita: due altre che passano sotto due be’ pezzi di monti e sono riunite da un ponte sulla Scrivia: una di 400 metri, già finita, un’altra, del doppio, e già portata avanti. Rimane da farsi la galleria de’ Gioghi, che è quella di maggiore impegno, ma ciò che è fatto sta mallevadore che sarà tanto più ammirabile. In alcuni luoghi s’è dovuta trasportare la strada postale per dar luogo all’altra, la quale poi le passa ora sotto, ora di sopra, e sempre con archi grandiosi, giacché la maggior parte di questa magnifica strada è o sotto terra o in aria: quella che corre al livello del terreno è il minimo. A ognuno de’ pezzi fatti, la prima impressione è quella del grandioso, del magnifico, dell’ardito, la seconda, dell’elegante; parlo di quell’eleganza che resulta dall’armonia e dal finito, anche ne’ lavori dove pare che non si cerchi un tal merito. In somma io mi strabilio di non aver mai sentito parlare di lavori di quest’importanza, giacché, per quanto noi siamo romiti, la loro fama avrebbe dovuto venir fino a noi. Ho poi saputo qui che sono ammirati anche dagli stranieri intendenti e non intendenti, e ho sentito con gran contentezza dire ciò che pensavo con quella dubbiezza che nasce dalla cognizione della propria ignoranza, cioè che finora non c’è in Europa nessun pezzo di strada che, per i pregi sopraddetti, e per le difficoltà felicemente vinte, superi questa.

L’ammirazione è quella dei contemporanei che osservano l’opera straordinaria con occhi stupefatti, come hanno dimostrato la ricostruzione storica di Giulio Guderzo, Ferrovie nel Piemonte preunitario (Milano, Hoepli, 2018), e il webinar “I 170 anni della Torino-Genova, la prima ferrovia commerciale d’Italia”, organizzato da Roberto Livraghi (Fondazione SLALA – Sistema Logistico del Nord Ovest d’Italia; Collegio Ingegneri ferroviari italiani – Sezioni di Genova e di Torino; Rete Ferroviaria Italiana), di cui on line si trovano i materiali di ricerca.

Da Milano a Genova verso la Toscana, la Postumia ha ospitato i viaggi di «uno scrittore in cerca della lingua», capace di riconoscere nei ponti e nelle gallerie della strada ferrata «quell’eleganza che resulta dall’armonia e dal finito», la stessa che aveva cercato di raggiungere nella prosa del romanzo.

*Centro di Studi “Ugo Rozzo”

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Questa pagina non sarebbe stata possibile senza l’aiuto prezioso degli amici Pino Decarlini e Giorgio Gatti, che mi hanno guidato nella storia di Tortona e del Piemonte orientale. L’articolo deriva dalla relazione che ho letto durante la manifestazione Dertona scopre Libarna (21 maggio 2022), organizzata dall’Assessore Fabio Morreale presso la Biblioteca Civica “Tommaso de Ocheda” di Tortona. Al collega e amico Pierantonio Frare devo l’avermi menzionato la lettera di Manzoni sulla costruzione della strada ferrata Torino-Genova.

Le immagini del Ponte sullo Scrivia e della Galleria di Villavecchia sono tratte da Views on the railway between Turin and Genoa, from drawnings by C. Bossoli, London, by Day and son, 1853, riprodotte nel volume di Giulio Guderzo, Ferrovie nel Piemonte preunitario, Milano, Hoepli, 2018.

g.p.

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