Giovani: patrimonio in fuga

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Di Ennio Chiodi

Ha utilizzato per una vita lo stesso numero di telefono nella sua casa di Piacenza. Rimasta vedova ha chiesto di tra- sferire a suo nome le utenze fino a quel momento intestate al marito. «Non si può» – le ha comunicato la società telefonica. La signora ha il “torto” di aver compiuto 101 anni e gli attuali sistemi non prevedono che si possa subentrare oltre i 100. «Si faccia aprire un’utenza intestata a un’altra persona» – è stato il consiglio risolutore. Invecchiamo rapidamente e neppure la tecnologia e i modelli più aggiornati tengono il passo, condizionati da una burocrazia immobile e opprimente. Il Paese, che dovrà essere sempre più a misura di anziano, dirotterà risorse soprattutto sui sistemi sanitario e pensionistico a scapito delle politiche e dei servizi destinati ai più giovani. Saltano gli equilibri e le basi su cui edificare una società coesa. Il divario generazionale si amplia non solo in termini di reddito e ricchezza, ma anche di qualità della vita, benessere psicologico e accesso ai servizi fondamentali. Fotografa nitidamente questa situazione una recente indagine della Fondazione RiES (Ricerca economica e sociale), un sofisticato osservatorio sociale: immagina un muro virtuale che i giovani devono “scavalcare” per poter affrontare la vita con qualche opportunità in più. Dai 100 centimetri del 2006 il muro è cresciuto fino ai 136 di oggi: sempre più difficile accedere al mercato del lavoro, a un’abitazione adeguata, a percorsi familiari e professionali almeno promettenti. Gli under 35 non hanno soldi per pianificare il loro futuro anche sul versante previdenziale: un presente ostico, insomma, per un futuro incerto. Il risultato, scontato, è quello che ci presenta l’ultimo rapporto Istat: i giovani italiani se ne vanno. Tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato l’Italia circa 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni; 78.000 nel solo 2024. Moltissimi sono laureati o hanno acquisito diplomi di studio superiore e attestati di alta specializzazione. Lo stesso governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, nelle sue recenti “Considerazioni finali”, denuncia che tra il 2020 e il 2024 oltre 100.000 giovani laureati sono andati stabilmente all’estero “alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze”. Non cercano solo stipendi adeguati (in Italia, spesso neppure dignitosi), ma possibilità di crescita, valorizzazione del merito, dei loro “skill”, delle loro capacità. Analisi dei dati a parte, la sintesi è spietata. L’Italia, che vanta un elevato livello di formazione, investe somme molto importanti e prepara i suoi giovani per poi abbandonarli al loro destino. All’estero li aspettano a braccia aperte. La politica è distratta, il sistema delle imprese nella maggior parte dei casi arido e miope.

enniochiodi [at] gmail.com

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