Il dono di chi crede
“Mi preoccupa l’ateismo come pura rivendicazione del diritto di non credere in niente e nessuno. Un approccio che ha messo radici nella società occidentale”
Di Luigi Maruzzi
Maggio è il mese delle “prime comunioni” ma non tutti i bambini vengono avviati al catechismo organizzato dalla Parrocchia di competenza. Il fatto mi è stato raccontato da un’altra persona ed è accaduto di recente: ai suoi compagni che l’assillavano di domande una bambina ha detto (sperando che le sue parole potessero troncare la discussione) che lei è atea. Non chiedetemi altri dettagli, non sono disposto a offrire nessun tipo di aiuto. Se proprio volete, vi racconto di quando viaggio in treno. Tutto ciò che mi capita di vedere ogni giorno sui treni, mi sconvolge. Sono ormai arrivato a un punto in cui devo mettere in stand by concetti come integrazione, tolleranza, accoglienza, apertura al multiculturalismo. Guardo con triste simpatia gli anni in cui concetti come maleducazione e ignoranza ci facevano da scudo: dispositivi sociali facili da attivare, ci sembravano infallibili. A svolgerlo integralmente, sarebbe un discorso troppo lungo. Allora, sapete che c’è?, quasi quasi torno sul tema dove vi ho appena lasciati paurosamente sospesi. La velocità con cui si è evoluto il nostro approccio al tema della morte (da sacramentale a fatto eminentemente biologico) è stata davvero elevata. Chissà perché, ho l’impressione che abbia a che vedere con tutte quelle manifestazioni di sfiducia e indifferenza che ci capita di notare persino nei bambini. Si potrebbe anzi dire che le due tendenze si siano fatte strada dentro di noi parallelamente. La prima e unica volta in cui assistetti alla cerimonia funebre della cremazione avevo 21 anni. Quella visione mi procurò un turbamento che rimase silente per molti anni come una malattia che non viene sradicata del tutto, ma entra in uno stato di remissione permanente. Qualcuno potrebbe interpretare le mie riflessioni come una piccola crociata che si lancia all’attacco sotto l’effetto galvanizzante dell’urlo di guerra “Dopo di noi il nulla”. È vero, quelli come me che hanno superato la staccionata del tempo, non dovrebbero occuparsi più di certi temi ad alto impatto sul futuro degli altri. In verità, l’argomento che vorrei toccare non è l’ateismo che scaturisce da una ricerca personale fatta di studio e condotta in massima onestà. Ciò che maggiormente mi preoccupa è l’ateismo inteso come pura e semplice rivendicazione del diritto di non credere in niente e nessuno. Il problema (se così posso esprimermi) non si riscontra solo quando incontri una persona che dice apertamente di essere atea; dopotutto, non si può negare a nessuno la libertà di non credere in un essere metafisico chiamato “Dio” (vai a sapere, poi, cosa accade realmente nella sfera intellettuale dell’individuo). Il problema emerge con prepotenza perché si tratta di un approccio che – con abbondante dose di incoscienza – ha messo radici nella nostra società occidentale. Allo stesso tempo (ed è questo il nodo da sciogliere) non attribuire valore a ciò che professiamo in pubblico sarebbe un errore. Basti ricordare la storia dei martiri cristiani che hanno pagato con la vita la scelta di non abiurare il proprio credo. Se è vero che la fiducia è il lievito che fa crescere il bisogno di contatto umano, bisogna comprendere bene i meccanismi che favoriscono la genesi della fiducia: primo fra tutti, la condivisione di uno stesso orizzonte (religioso, spirituale, antropologico). Venendo alle domande proibite, cosa trattiene il fornaio ateo dall’introdurre una sostanza nociva in ciascuna delle mille pagnotte che distribuisce ogni giorno? La legge naturale che alberga nel suo cuore? Il senso innato della differenza tra bene e male? Lo sforzo di mettere la spe- cie umana al centro di tutte quelle scelte che (teoricamente) porterebbero a soluzioni sideralmente distanti? Forse, ma a fasi alterne. A mio parere, la coerenza di pensare da ateo finisce per annientare il concetto che si vorrebbe orgogliosamente esibire, approfondendo la distanza fra esseri umani piuttosto che favorendone l’avvicinamento. La coerenza di chi crede, viceversa, favorisce la relazione perché prevede sistematicamente una prova di forza tra volontà e azione. Prima che me lo dicano gli altri mi accuso da solo ricordando che “… di quello / che non è bene fare, è legge santa / nemmen parlare”, celebri versi tratti dall’Edipo re di Sofocle. Eppure, per questioni di vitale importanza vale sempre la pena di esporsi, almeno un po’, nonostante la codardia bussi alle porte. Secondo l’approccio ateistico, all’infanzia dovremmo precludere l’idea che possa esistere un’entità soprannaturale. L’intelligenza artificiale insiste molto su questo “dogma” dall’alto della sua superiorità razionale. Mentre la interpellavo mi dicevo: capisci? Sta parlando dell’infanzia, di quel territorio nel quale un bambino prova la sensazione reale di poter dialogare alla pari con l’intero universo, superando qualsiasi tentativo di immaginazione. Se un bambino/una bambina non sperimenta la vastità dell’innocenza, di che cosa avrà nostalgia da persona adulta? I bambini hanno bisogno di sentire la presenza di Dio accanto a loro, così come hanno bisogno di correre, giocare e scoprire la varietà dei colori. Insomma, con l’intelligenza artificiale è stata una lotta senza esclusione di colpi, al termine della quale ho capito che il “sistema” tifa apertamente per l’ateismo in quanto approccio più permeabile alle soluzioni più impensabili come quella che mi ha portato a confidare il mio dilemma a una macchina, un’invenzione dell’uomo, l’inventore per antonomasia. Non così il Creatore: d’accordo che a un certo punto si è sentito così stanco da eleggere il settimo giorno come pausa obbligatoria di riposo per se stesso e per gli esseri viventi. Ma vuoi mettere? Hai idea di cosa sia riuscito a fare nei sei giorni precedenti?
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