“Annunciare il Vangelo e promuovere l’umano”

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45° Convegno nazionale delle Caritas diocesane. Dal 16 al 19 aprile a Sacrofano c’erano anche le nostre operatrici di Caritas e Agape. Questo è il loro racconto

Sacrofano, piccolo Comune incastonato in mezzo ai verdi colli romani, ha ospitato dal 16 al 19 aprile il 45° Convegno nazionale delle Caritas diocesane. Dopo la pausa giubilare del 2025, circa 600 tra operatori e direttori Caritas sono tornati a riunirsi per celebrare la gioia dello stare insieme. Il titolo del convegno “Annunciare il Vangelo e promuovere l’umano” ha tracciato le linee guida dei quattro giorni: advocacy e giustizia sociale, affrontate attraverso testimonianze nazionali e internazionali, interventi di relatori di spicco, tavole rotonde, laboratori e produzioni artistiche come cortometraggi, monologhi, musica e fotografia. Filo rosso di tutte queste attività una costante e coinvolgente lettura della Parola di Dio, nutrimento del nostro Spirito e richiamo alla fonte del nostro servizio. Il racconto che segue è stato diviso in tre sezioni, ognuna delle quali affidata a ciascuna delle tre operatrici Caritas e Agape partecipanti al convegno: Giulia Silla, Elisa Finocchiaro e Alessia Cacocciola.

L’accompagnamento pastorale

Giovedì 16 aprile in apertura del convegno con gli interventi di Mons. Carlo Roberto Maria Redaelli e Mons. Giuseppe Baturi sono state gettate le basi per la riflessione pastorale che ha accompagnato tutti i lavori. Mons. Redaelli, presidente di Caritas italiana, nel discorso di apertura al convegno ha evidenziato con forza la necessità che le Caritas siano espressione delle comunità cristiane locali che, a partire dall’ascolto della Parola, sappiano discernere e testimoniare il Vangelo, senza forzature. Infatti, coloro che servono alla mensa e distribuiscono il pacco alimentare dovrebbero anche pregare insieme! Mons. Baturi, segretario generale della Cei, rivolgendosi agli operatori presenti, ha riaffermato la necessità di non fermarsi a uno sguardo superficiale: come Gesù con il cieco nato, anche gli operatori Caritas, a partire dal bisogno delle persone che incontrano quotidianamente, hanno il dovere di raggiungere la profondità dell’uomo, perché la guarigione del ferito permette il reinserimento nella società. Baturi ha ricordato come Gesù desse mandato alle persone che guariva: in questa dinamica pedagogica diventano a loro volta protagoniste del riscatto e partecipi nella costruzione di una nuova società più giusta. Diletta Rigoli, docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, ha aiutato i partecipanti a riflettere durante le lodi mattutine con tre Lectio Divine sul Vangelo del giorno. Del Vangelo di Marco 12, 41-44 la Rigoli ha evidenziato l’atto di fedeltà che la donna compie al tempio donando tutto ciò che era in suo possesso: la fede è proprio questo, mettere tutta la propria vita nelle mani di Dio. Nel Vangelo di Marco 2, 1-12, proclamato durante le Lodi di sabato 18 aprile, la Rigoli ha messo al centro il ruolo degli operatori di pace, colori i quali, attraverso uno sguardo nuovo, non più orizzontale ma verticale, aiutano il paralitico a superare la folla e ad incontrare Gesù. La loro fede salva l’uomo e diviene motivo del perdono dei suoi peccati. Il terzo Vangelo letto nell’ultima giornata è stato quello di Giovanni 12, 1-12: nell’incontro tra Pilato e Gesù, con le parole “ecce homo”, la distanza tra Dio e l’uomo viene colmata. Cristo mostra come il potere può essere tale solo se è dono di sé e insegna a rispondere alla violenza con una resistenza pacifica. L’ascolto del Vangelo ha aiutato a preparare menti e cuori dei presenti alle testimonianze dei rappresentanti delle Chiese Nuove. A partire dalle parole di Mons. Fortunatus Nwachukwu, segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione, che ha ricordato agli operatori di essere pescatori inviati in mare aperto per dare appartenenza, nel Battesimo, a chi vive nell’anonimato. Si sono poi susseguiti l’intervento di Mons. Pierre Ciambo, presidente di Caritas Africa e la tavola rotonda in cui sono intervenuti Mons. Joseph Bazouzou, amministratore apostolico degli armeni cattolici ad Aleppo, Mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu nel Sud Sudan, Sylvia Caceres Pizarro, segretaria di Caritas Lima e Lucia Capuzzi, giornalista di Avvenire. Mons. Ciambo, a partire dall’enciclica Deus Caritas Est, ha affermato che la Caritas rappresenta il cuore della Chiesa, perché la Chiesa non fa la carità, ma è carità. Nella tavola rotonda gli interventi hanno aiutato a riflettere sulla necessità di dare voce alle guerre dimenticate, poiché questi conflitti nelle periferie, in cui i potenti della terra si giocano il potere, hanno portato a un continuo aumento delle guerre.

Giulia Silla

Le relazioni

Le relazioni sono il motore che anima il convegno, il ricordo che ci si porta a casa insieme a tanti nuovi contatti, “anticorpi naturali” dopo quattro giorni di strette di mano, pranzi e cene condivise con persone nuove, amici ritrovati, lavori di gruppo in cui scambiarsi idee, esperienze e dubbi. I legami sono infatti i capillari invisibili di questo enorme sistema Caritas in cui siamo immersi quotidianamente, un po’ perché il nostro lavoro è diventato anche il nostro stile di vita (e anche il contrario!) e un po’ perché lavorare con gli amici è molto più stimolante! In effetti Caritas Italiana, che ha curato l’organizzazione dell’evento, ha predisposto innumerevoli spazi di socializzazione che facilitassero l’intrecciarsi dei cammini di ciascuno: le interviste per il canale You Tube, il muro su cui lasciare il proprio pensiero gentile, le pause caffè condivise sulla terrazza assolata. L’occasione più concreta per consolidare i legami e scambiarsi buone prassi si è realizzata però nei lavori di gruppo del secondo giorno, impostati come laboratori di approfondimento su temi di attualità: giustizia ambientale, diritto di abitare, animazione di comunità, intelligenza artificiale, dialogo con le Istituzioni. I 600 partecipanti divisi in questi cinque ambiti hanno seguito l’approfondimento di relatori esperti per poi confrontarsi con i colleghi delle altre Caritas e progettare ricadute concrete sul proprio territorio. Oggi più che mai avere cura delle relazioni deve essere per noi una priorità, il faro che ci ricorda che il nostro mandato è saper “tessere le differenze e abitare spazi comuni” per contrastare la forma di povertà più estrema: l’invisibilità.

Alessia Cacocciola

Il tema dell’advocacy

«Imparate a fare il bene, cercate la giustizia». Non è rimasta vuota la Parola che ha accompagnato il convegno: si è fatta chiamata esigente, capace di interrogare le coscienze e orientare le scelte. Perché annunciare il Vangelo non dovrebbe mai essere disgiunto dal prendersi cura dell’umano, soprattutto là dove è più ferito. Il simbolo della foglia di ginkgo biloba – sopravvissuto alla devastazione di Hiroshima – ha offerto una sintesi potente di fragilità e resistenza. Al suo interno, due volti: uno nel silenzio, uno nella parola. È l’immagine di una Chiesa che sa stare accanto ascoltando e dando voce. Ed è proprio da qui che nasce l’advocacy: una forma concreta di carità e giustizia. L’advocacy, infatti, prende avvio dall’ascolto dei poveri, termine vasto come infinti sono i tipi di povertà che incontriamo. Cercare la giustizia significa assumere il loro grido, farlo emergere, trasformarlo in responsabilità condivisa. È un cammino che costruisce pace, perché la pace nasce da valori incarnati nelle scelte quotidiane. In questo orizzonte, anche il modo di raccontare diventa decisivo. La narrazione può ferire o guarire: può ridurre le persone a etichette oppure restituirne la dignità. L’advocacy è custodire le storie, sottrarle alla superficialità, riconsegnarle alla loro verità profonda. Il tempo che viviamo, segnato da una “policrisi”, rischia di generare smarrimento e chiusura. Ma proprio qui il Vangelo indica una via: affrontare le cause del male, promuovere giustizia, liberare da ciò che opprime e non banalmente limitarsi a gestire le conseguenze. È una chiamata alta, che chiede coraggio e discernimento. Particolarmente provocatoria è la riflessione sui conflitti “tollerati”: guerre che non occupano le prime pagine e che rischiano di lasciarci indifferenti. Eppure, nella logica evangelica, nessuna sofferenza è lontana. Ogni guerra interpella la nostra coscienza. Non possiamo dirci estranei al dolore del mondo senza tradire la fraternità che professiamo. Infine, si apre una prospettiva che riguarda anche l’Europa: non solo spazio economico, ma comunità di valori, chiamata a riscoprire la propria anima. Dove l’advocacy assume il volto concreto di contribuire a costruire una società giusta, dove la dignità di ogni persona è riconosciuta. In fondo, è questa la direzione: imparare a fare il bene cercando la giustizia, come ci chiede il profeta. Un impegno che nasce dall’incontro con Cristo e si traduce in una presenza viva, capace di riconoscere in ogni uomo un fratello e di farsi voce di chi voce non ha.

Elisa Finocchiaro

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