L’italiano agonizzante
Di Silvia Malaspina
Caro il mio Paolo D’Achille, presidente dell’Accademia della Crusca, hai chiuso il tuo recente intervento all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Ferrara con un lapidario monito sul destino della lingua italiana, affermando che, senza un tempestivo intervento, essa rischia un progressivo e inarrestabile ridimensionamento. «L’italiano continuerà a essere usato a scuola per la prima alfabetizzazione, ma poi, nel corso degli studi, verrà progressivamente abbandonato, anche perché ormai privato di uno standard di riferimento. Si tratterà, quindi, di un italiano avviato a un processo che segna inevitabilmente la morte di una lingua, come già avvenuto per il latino nell’età del basso impero». La prospettiva è inquietante, caro D’Achille, ma non irrealistica e, come hai sottolineato, si snoda attraverso due diversi livelli: la lingua parlata e il linguaggio della ricerca, specie scientifica. Chiunque abbia colto conversazioni fra i giovani, ha udito termini come cringe, chill, crush, ghostare, vibes, riferiti ad atteggiamenti, situazioni, sentimenti che i giovani solo dell’altro ieri avrebbero utilizzato nella loro codificazione originaria, rispettivamente: provare imbarazzo, rilassarsi, cotta romantica, sparire, sensazioni. Questa tendenza è in costante aumento, anche perché le piattaforme quali TikTok, Instagram e Twitter favoriscono sia l’emergere di un linguaggio rapido e virale, sia l’uso intensivo di slang per ratificare l’appartenenza a un gruppo ben preciso. Esaminando invece il linguaggio “alto”, caro D’Achille, hai riscontrato che «l’inglese sta progressivamente togliendo spazio all’italiano nello studio e nella ricerca. Ormai è divenuto indispensabile pubblicare in inglese; ci sono settori in cui l’italiano non si usa quasi più, così come ci sono corsi di studio universitari, anche triennali, che si svolgono interamente in inglese». Che dire, poi, dei termini utilizzati per designare profili professionali? Sono così abusati, a volte anche a sproposito, da avere invaso il comune senso umoristico: chi non ha sentito nominare il waste collection manager, cioè il netturbino? Invertire la tendenza parrebbe impossibile, a meno che, come tu stesso suggerisci, non venga attuata una politica linguistica mirata a incentivare l’uso della lingua madre. Non si tratta di ritornare alla mussoliniana autarchia linguistica, ma di valorizzare l’italica capacità creativa concretizzatasi in tanti capolavori letterari, che dovremmo considerare non remoti monumenti, ma serbatoi di lemmi ed espressioni da recuperare e mettere in circolo.
silviamalaspina [at] libero.it

