Siamo il Paese delle tragedie annunciate

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Fin che la barca va? Sappiamo come prosegue la canzone, no? E ci siamo abituati benissimo a quel ritornello, tanto che, ogni volta che in questo Paese capita qualcosa di brutto, una tragedia, un evento calamitoso, corriamo ai ripari soltanto dopo, salvo dichiarare ai quattro eventi che “il disastro si poteva evitare, era prevedibile, tutti sapevano”. Però se la barca in questione è la nave da crociera “Msc Opera” che entra nel canale veneziano a 5 nodi e poi accelera fino a 7 puntando verso San Basilio e il pontile dei vaporetti, non bisognerebbe lasciarla andare. Come bloccarla? Impossibile. Domenica il bestione era incontrollabile per via di un “guasto ai comandi”. Nulla ha potuto fare il rimorchiatore per interrompere la corsa di 65.000 tonnellate capaci di trasportare circa 2.679 ospiti e 728 uomini e donne dell’equipaggio. Così la “love boat” finisce contro un lancione turistico che stava accogliendo i passeggeri a bordo, la “River Countess”. Tutti dicono che “è andata bene”: il bilancio dell’incidente è stato di cinque feriti e di nessun morto. Ma qui sta l’errore che commettiamo sempre: finché non ci scappa il morto “è andata bene”. Invece è andata malissimo. Sono anni che i veneziani denunciano la presenza ingombrante (e inquinante) dei palazzi galleggianti tra i monumenti della laguna. Anni che si ripete che sono pericolosi, che deturpano la bellezza del paesaggio, che mettono a repentaglio la vita e la libera circolazione dei conducenti delle imbarcazioni più piccole, fino ai gondolieri con le loro gondole. Parliamo tanto di custodia dei nostri monumenti e del patrimonio artistico: ma ci pensate? Credete davvero che Venezia si possa ammirare da uno dei ponti di quei giganti? È un controsenso: se c’è una città da scoprire perdendosi nelle sue viscere, tra calli e campielli, è proprio Venezia. Cosa aspettiamo per cambiare rotta: che qualcuno ci lasci la pelle? E non venitemi a dire che “è colpa del mare, del cielo e del mare…”.

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