Fare il presepe pasquale va sempre più di moda

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Cultura e devozione. Si sta diffondendo la tradizione di rappresentare plasticamente i giorni della Passione e Morte di Gesù. Su “Holyart” le vendite nell’ultimo anno sono raddoppiate

È Pasqua. Siamo nel pieno del “tempo pasquale” che la liturgia della Chiesa stabilisce fino alla solennità di Pentecoste. Ed è tempo di presepe. Pasquale ovviamente. No, non siamo impazziti a scrivere così. Ultimamente, infatti, si sta diffondendo da più parti la tradizione di rappresentare plasticamente i giorni della Passione e Morte di Gesù, fino alla grande gioia della Risurrezione. La tendenza non è ancora casalinga, nel senso che il “Calvario” – così viene anche chiamato il “presepe pasquale” – si trova poco nelle nostre abitazioni, ma il fenomeno è in aumento. Secondo i dati diffusi da “Holyart”, leader dell’e-commerce di articoli religiosi, nell’ultimo anno le vendite di presepi pasquali sono cresciute del 50% rispetto all’anno precedente. Ad acquistarlo, nell’82% dei casi, sono privati, mentre sacerdoti e parrocchie rappresentano una minoranza. Circostanza che sembra dire di un’attenzione da parte soprattutto di collezionisti oltreché di tipo devozionale legata alla pratica religiosa. Nella composizione geografica, il 35% dei ricavi del Presepe pasquale è realizzato in Italia. All’estero gli Stati Uniti, dove non è mai esistita la tradizione, corrispondono al 10% del fatturato della categoria. L’Europa, invece, esclusa l’Italia, rappresenta il 50% del fatturato del comparto, dove la Francia, con una quota del 40%, è il primo Paese ad acquistare il presepe pasquale. Ma perché chiamarlo presepe anche a Pasqua? C’è già quello – più blasonato – a Natale. Il motivo sta nello scopo identico che entrambi hanno: raccontare visivamente gli avvenimenti legati alla vita del Signore Gesù, a Natale l’Incarnazione e a Pasqua la Passione, Morte e Risurrezione. Anche a Tortona ce n’è uno, molto bello (che noi abbiamo fotografato), nel salone dell’Episcopio, voluto dal nostro vescovo Guido. Quella del presepe pasquale non è una novità. Si tratta di una usanza molto antica, diffusa nei secoli XVIII e XIX prima di essere quasi completamente abbandonata, nei Paesi dell’Europa centrale e occidentale. È tuttora abbastanza viva in Austria e Germania, dove, nella cattedrale tedesca di Bamberga, ad esempio, viene allestito un “Calvario” con ben 45 scene. A Genova, nella chiesa di Nostra Signora della Consolazione e San Vincenzo nel cuore della città, per la prima volta ne è stato allestito uno, inaugurato dall’arcivescovo Marco Tasca in occasione delle feste pasquali. Erano soprattutto gli scultori del legno a dedicarsi alla realizzazione di scene raffiguranti gli ultimi momenti della vita terrena di Cristo. Di solito vengono rappresentate l’Ultima Cena e la lavanda dei piedi cui seguono la preghiera nell’orto del Getsemani, l’arresto di Gesù, la flagellazione, l’incoronazione di spine fino alla crocifissione, la morte e la deposizione. Il finale è naturalmente la Risurrezione. Nella Lettera apostolica Admirabile signum Papa Francesco scrive: “il Presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede”. E ancora sempre il Pontefice, nell’Udienza generale del 18 dicembre 2019, ebbe a dire: «Fare il presepe a casa è come aprire la porta e dire: “Entra, Gesù!”, è fare concreta questa vicinanza, questo invito a Gesù perché venga nella nostra vita». A Natale, a Pasqua, ogni giorno.

m.r.

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