I giovani vanno aiutati

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Di Cesare Raviolo

Sono stati circa 630 mila, secondo Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno), i giovani fra 18 e 34 anni che sono emigrati in altri Paesi tra il 2011 e il 2024. Le ragioni sono da ricercarsi nel costante peggioramento delle condizioni di vita delle classi giovanili, come evidenziano i principali indicatori macroeconomici. Il tasso di occupazione giovanile è inferiore di circa il 20% alla media UE, il lavoro nero e l’economia sommersa fanno un massiccio ricorso ai giovani e, secondo Eurostat, sono in continuo aumento, per cui risultano decisamente superiori ai dati medi europei. Inferiori risultano, invece, i salari reali, significativamente più bassi di quelli dei coetanei francesi e tedeschi. La precarizzazione del lavoro, misurata dall’indice Employement protection legislation dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), rimane tra le più alte dell’Eurozona. La quota dei neet, giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione professionale, non diminuisce adeguatamente, mentre ha assunto una certa consistenza il fenomeno delle “grandi dimissioni”, cioè le dimissioni volontarie di massa dal posto di lavoro quale reazione a bassi salari e a un diffuso malessere organizzativo ed esistenziale. L’Italia figura anche tra i Paesi Ocse con il minor grado di mobilità sociale. A questi problemi lo Stato risponde richiamandosi a due posizioni: il mismatch e i giovani choosy. Secondo l’approccio mismatch, la disoccupazione giovanile sarebbe causata dalla scarsa coerenza tra le competenze possedute dai giovani e quelle richieste dalle imprese. Di qui la continua “rincorsa” per incrementare il sapere tecnico nelle scuole e nelle università. Questa impostazione però non tiene conto che il mero apprendimento è soggetto a rapida obsolescenza e che lo sviluppo economico richiede piuttosto sempre maggiori capacità di imparare ad apprendere. L’inattività dei giovani choosy, cioè nullafacenti, dipenderebbe dalle eccessive pretese retributive e normative e, per ora, è sostenibile grazie all’erosione dei risparmi delle famiglie; tuttavia, il fatto che questo non sia un fenomeno solo italiano, ma sempre di più una forma di disagio sistematica di massa, fa temere per la sua sostenibilità nel medio periodo. Dunque, anche se da posizioni divergenti, le cause sembrano individuate; non così le misure per intercettare le attese dei giovani e contenerne l’espatrio. Davvero l’Italia non è più un Paese per giovani?

raviolocesare [at] gmail.com

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