Sull’isola di chi si fa prossimo

Visualizzazioni: 18

Il Papa a Lampedusa. Storica visita alla Porta d’Europa, approdo di migliaia di migranti, avamposto della salvezza, porto dell’accoglienza

DI DANIELA CATALANO

Domenica scorsa Papa Leone XIV è giunto sull’isola di Lampedusa per una breve Visita pastorale a 13 anni di distanza da quella di Francesco. Alle 9 l’aereo papale è atterrato all’aeroporto dell’isola delle Pelagie, la più vicina alla Tunisia, dove erano presenti l’arcivescovo metropolita di Agrigento, Monsignor Alessandro Damiano, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani, il prefetto di Agrigento, Salvatore Caccamo, il sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino e il presidente del Libero Consorzio Comunale di Agrigento, Giuseppe Pendolino. Leone, dopo i saluti iniziali, ha fatto tappa al cimitero di Lampedusa, primo Pontefice a entrare in quel luogo, ed è rimasto per qualche istante immobile davanti alla foto del piccolo Yusuf Ali Kanneh, il bambino di 6 mesi originario della Guinea, strappato dalle braccia della madre diciassettenne durante un naufragio del 2020. Poi si è inginocchiato davanti alle croci piccole e basse, tutte realizzate con il legno rimasto delle carrette del mare e ha deposto una corona di rose bianche e gialle in quel lembo di terra che gli abitanti del luogo curano, annaffiano e custodiscono. Hanno pregato con lui Monsignor Paolo Rudelli, prefetto della Casa pontificia, Mons. Petere Rajič, vicario della Diocesi di Roma e il cardinale Baldo Reina, originario di Agrigento. A bordo di una jeep bianca, il Papa ha percorso le vie dell’isola, salutato da migliaia di abitanti e turisti, e ha raggiunto Punta del Cavallo Bianco, dove sorge la Porta d’Europa, il monumento simbolo del confine tra morte e vita. A pochi metri dalla Porta vi erano una famiglia di migranti originari della Costa d’Avorio, Maria Emanuela, una bimba di 5 anni, la prima nata a Lampedusa dopo 51 anni e Walter e Marilena con Leonardo Derek, 11 anni, il ragazzo che hanno adottato, originario del Ghana, sopravvissuto a un naufragio durante il quale ha perso la mamma e giunto a Lampedusa nel 2016. Leonardo ha donato al Papa un foglio scritto a mano con la sua storia e un pallone di carta simbolo di una vita ritrovata. Leone l’ha abbracciato e l’ha preso per mano insieme a Maria Emanuela, e con i due si è diretto verso la Porta, realizzata in ceramica e ferro battuto nel 2008 dall’artista Mimmo Paladino nel punto europeo più a Sud. Da solo l’ha attraversata, poggiando la mano sulla parte destra e guardando il mare, dove in quel momento transitava una nave militare. A sorpresa, non è tornato indietro subito, ma si è inerpicato sulla scogliera, mentre il vento gli arrotolava la veste sulle gambe e faceva volare via lo zucchetto, proprio quando guardava l’orizzonte e si raccoglieva in preghiera. Un’immagine potentissima che ben riassume il senso di questa Visita pastorale: la papalina che vola verso il mare è il segno di una Chiesa che si espone, che non osserva il dolore da lontano, ma si lascia toccare dal dramma del Mediterraneo, un cimitero a cielo aperto. La terza tappa della mattinata siciliana è stata al Molo Favaloro, la banchina della salvezza e della tragedia, dove approda chi viene soccorso in mare e dove giungono i corpi recuperati in acqua. L’ultimo sbarco era avvenuto proprio qualche ora prima quando 17 migranti, fra cui 3 minori, sono stati salvati dalla Guardia Costiera. Leone XIV ha benedetto la targa incastonata su una roccia nella quale si legge la dedica a Francesco sul pontile: “Luogo di approdo, speranza e umanità”. Questo gesto voluto dagli abitanti dell’isola, è stato letto dal Papa come «segno del legame stabilito con la vostra comunità e con i fratelli e le sorelle migranti». Da quel luogo il Pontefice argentino l’8 luglio 2013 aveva lanciato in mare una corona di fiori in memoria di tutti i morti. Al molo, Papa Prevost ha salutato personalmente 17 dei 114 ospiti dell’hotspot di Lampedusa, la struttura di identificazione dove viene trasferito chi arriva sui barconi e subito dopo ha raggiunto il campo sportivo “Arena” dove 4000 persone hanno partecipato alla Messa. Tra i fedeli il medico e già eurodeputato Pietro Bartolo e, in prima fila, Claudio Baglioni, menzionato anche dal sindaco Filippo Mannino nel suo indirizzo di saluto nel quale ha citato la canzone Avrai del cantante, da anni cittadino onorario dell’isola. Il Successore di Pietro, dopo aver salutato gli abitanti di Lampedusa e di Linosa, rispondendo al sindaco ha affermato: «Sono venuto a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione». Nell’omelia Leone ha ripetuto più volte la parola “grazie”: «Grazie ai volontari, alle associazioni, raccolte nel “Forum Lampedusa Solidale”, alle istituzioni civili, alla Guardia Costiera, ai sindaci e alle amministrazioni che nel tempo si sono succeduti; grazie ai diaconi, ai preti, alle religiose, ai medici, agli psicologi, agli educatori; grazie alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme». È stato il Vangelo la fonte della sua riflessione, perché «risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo». Sono tornate nelle sue parole, interrotte da vari applausi, la parabola del buon Samaritano, proclamata durante la liturgia, quale esempio di «una storia che continua» e l’enciclica Magnifica Humanitas. «Lampedusa e Linosa si trovano oggi su “una strada pericolosa” come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico. – ha detto il Santo Padre – Avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta a giungere dove speravano. E oggi avvertiamo “la loro presenza” che interpella la coscienza di tutti e, prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica, chiama alla prossimità. Prossimi ci si fa». Si diventa “prossimo” attraverso l’amore di cui «la compassione, che vede il fratello in mare, è come il primo fremito, la chiamata profonda a osare ciò che mai avreste pensato». Il Papa, con indosso una casula bianca decorata con strisce azzurre che riprendevano il motivo delle onde, realizzata dalle Pie Discepole del Divin Maestro di Roma, facendo riferimento alle persone migranti, ha affermato: «Loro stesse non hanno soltanto ricevuto, ma molte volte esercitato la solidarietà nel loro viaggio, come poveri che aiutano i più poveri. Grazie, fratelli e sorelle, perché non c’è niente di scontato nel vostro farvi prossimi, niente di automatico». Il Pontefice ha anche denunciato «chi sceglie di non farsi prossimo e chi decide di non decidere». I morti in mare, infatti, sono «vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate». «Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, – ha proseguito – la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise: tutto questo riproduce oggi, del racconto evangelico, la fretta di “passare oltre”». «Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui» sono i verbi della compassione individuati da Leone che ha ricordato come «in ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri». Oggi, però, ha ribadito con fermezza «è tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione», perché «agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi». Chi sa entrare in questa dinamica «inizia a vivere diversamente». Solo allora «può nascere davvero la civiltà dell’amore». Il Vescovo di Roma, infine, ha volto lo sguardo all’immagine della Madonna di Porto Salvo, patrona di Lampedusa, posta sul palco della celebrazione e, citando sant’Agostino, ha ricordato che «la vita umana è una navigazione nel mare in tempesta» e tutti «abbiamo in Dio un porto sicuro». L’omelia si è conclusa con l’augurio che al popolo dell’isola non manchi mai «il respiro della fede, della speranza e della carità»: «O’ scià». Un’espressione tipica dialettale del popolo lampedusano, che riassume un grande sentimento. “Scià” significa “fiato” e va intesa come “fiato mio, della mia vita”, per esprimere il bene che si vuole all’altro. Proprio il bene che Leone vuole a quella terra “porta dell’Europa”.

(Foto: Vatican Media/SIR)

Commenti: 0

Il tuo indirizzo mail non sarà reso pubblico. I campi obbligatori sono segnati con *