Essere genitori oggi: fecondi nella fede e nell’amore
Il 17 aprile l’incontro di formazione con don Luca Pedroli organizzato dagli Uffici per la Catechesi e di Pastorale Familiare
TORTONA – La sera di venerdì 17 aprile il Seminario vescovile ha ospitato l’incontro di formazione per catechisti e famiglie che ha visto come relatore don Luca Pedroli, docente al Pontificio Istituto Biblico di Roma. Invitato dall’Ufficio Catechistico e dall’Ufficio di Pastorale familiare, il relatore si è domandato, innanzitutto, come essere oggi madri, padri ed educatori e come Dio può rivelarci quanto ci ama e quanto ha a cuore il nostro destino. Gesù trasforma radicalmente l’unione dell’umanità con Dio: solo l’amore fa sì che possa chiamare i suoi “amici”, simili a Lui pur nella nostra fragilità. Essere padri e madri sono passi di un cammino che “imita” il modello divino di amore incondizionato, gratuito (Romani 5,8). Don Pedroli ha definito il tema della sterilità un problema grave, a livello sociale, ma anche ecclesiale: ci sono contesti, nel mondo, in cui questo è motivo di esclusione (per esempio dei Paesi dell’Africa come Costa d’Avorio, Burkina, Etiopia e altri). Si vive emarginazione anche a livello della comunità cristiana, ma c’è una “fecondità” che deve superare il discorso puramente biologico. Sara, Rebecca, Rachele hanno sofferto l’esperienza della sterilità; nel contesto dell’Antico Testamento non si era maturata ancora la riflessione sull’al di là, cioè su una vita dopo la morte, quindi era indispensabile continuare ad esistere “nel proprio sangue”, nei figli. Da qui nasceva la tragedia di non averne! La sterilità era una maledizione! Quindi nella Bibbia – scritta da uomini per altri uomini – era possibile cercare altre donne, per una unione che potesse procreare… e, forse, questa “pratica” è in qualche modo richiamata da quella odierna “dell’utero in affitto”. Anche Abramo si comporta come tutti, ma nelle storie bibliche la “madre naturale” non viene abbandonata, anzi il bimbo cresce conoscendola, sta accanto a lei. Questa riflessione potrebbe accompagnarci: le “matriarche” passano attraverso l’esperienza drammatica della sterilità, ne soffrono, ma quando tutto sembra perduto, arriva un figlio come accade con Isacco per Abramo e Sara. Così, dopo una esperienza di “sradicamento”, il figlio è visto come “dono dall’alto”. Anche nelle famiglie di oggi si dovrebbe pensare che il figlio non è qualcosa di dovuto e per questo essere capaci di saperlo donare! Se per diventare genitori biologicamente bastano pochi minuti, occorre, invece, far esperienza di fecondità, di vera “genitorialità “nella libertà. Dio, che è padre e madre, sa ridarci vita come accade con la samaritana, con Lazzaro, con san Giuseppe, servitore di un Figlio non suo. E anche i catechisti – come accade in una famiglia – fra dubbi e fragilità devono saper “generare alla fede”, secondo lo spirito della fecondità.

