Trent’anni senza ITALO BETTO

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Il ricordo. Il 22 aprile del 1996 moriva uno dei sindaci più in vista di Voghera, figura centrale della vita amministrativa cittadina nella seconda metà del secolo scorso

DI AMBROGIO ARBASINO

Voghera, maggio 1956. La campagna elettorale per le Amministrative anima piazza del Duomo, dove tradizionalmente i candidati tengono i loro comizi, come d’uso. Si alternano democristiani, liberali, socialisti, comunisti, monarchici. Per il PSDI, dopo Ugoberto Alfassio Grimaldi, tre giovani (Italo Betto, Bepi Tarozzi e Tino Taverna) tengono un singolare anti-comizio positivamente commentato dal settimanale Il cittadino: “Hanno fatto centro!” (l’articolo è illustrato con una foto dei tre al tirassegno della fiera dell’Ascensione). Il cronista annota che è stata l’unica vera novità della campagna elettorale per “l’assenza dei soliti frusti temi di propaganda generica, sostituiti da una spregiudicata impostazione politico-amministrativa dei problemi locali”.

Quel pomeriggio è la prima tappa pubblica del percorso politico di Italo Betto, che infatti è poi eletto in consiglio comunale (sarà quindi giovanissimo sindaco, farà il bis – 1978/1983 – e sarà a lungo assessore, 14 anni). Prima, solo un’affollata conferenza all’Ariston club dal titolo: “Non si può non essere socialisti democratici”: a testimoniare la costante fedeltà ai suoi ideali politici (coniugare, concretamente, socialismo con libertà e democrazia).

Betto aveva allora ventotto anni e una naturale passione per la politica. Che, unita a un grande amore per Voghera, lo porteranno a essere una figura assolutamente centrale della vita amministrativa cittadina nella seconda metà del secolo scorso, arrivando a ottenere un consenso condiviso e molto esteso, stima e popolarità.

A trent’anni dalla morte, 22 aprile 1996, molti ancora ne hanno memoria (“Bèto, al sindich”). Classe 1928, Italo arriva a Voghera dal Veneto (Camposampiero, nel padovano) nel 1945 con la famiglia. Il padre Leonisto è operaio meccanico e trova lavoro in un’azienda locale, la Visa. Madre (Cesira Zulian) casalinga e due fratelli: Elisio e Fernanda. Scuole elementari alla Dante e medie al Plana, poi al Liceo Scientifico, dove consegue la Maturità del 1946. Sin da adolescente propende a socializzare, ama la compagnia e i giochi di strada, frequenta gli oratori del Duomo e di San Rocco. Si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università da Pavia, sostenendo diversi esami (senza poi conseguire la laurea). In città si associa a varie iniziative giovanili, tra cui un club di aeromodellisti, arrivando a tentare la costruzione di un aliante-scuola. Nel 1950, con l’ingegner Arona, è tra i fondatori dell’Aeroclub. Nel 1948 è a Roma al grande convegno dell’Azione Cattolica. In quegli anni è molto impegnato tra gli studenti universitari, con i quali fonda un Circolo Goliardico attivo nell’organizzare feste, balli in maschera e tornei di briscola in cinque, ma anche momenti culturali: come un concerto del pianista di Castana Pino Calvi, conferenze sul teatro (Paolo Grassi, presentato da Bepi Tarozzi) e sul cinema (Pietrino Bianchi, presentato da Alberto Arbasino). Nel 1951 per il dramma del Polesine, alluvionato dalla piena del Po, organizza una raccolta di fondi per le popolazioni colpite. Ricorda Tino Giudice: “Si mise alla testa di un gruppo di studenti e raccolse in città una cospicua somma di danaro e una certa quantità di aiuti vari destinati al soccorso degli alluvionati”. Così è il ventenne Italo Betto, anima di tante iniziative goliardiche e no. Alberto Arbasino racconta che la sua frase preferita era: “Bisogna fare, fare qualcosa, svegliarsi, cercare contatti. E così si dà da fare con lo zelo del neofita… era la mente politica del nostro gruppo”. Al Liceo Scientifico aveva scoperto una particolare propensione per la filosofia (Kant, Critica della ragion pratica, Croce, Gentile e tanti altri). Poi, sarà la volta dell’architettura e dell’urbanistica (Siegfried Gideon, Lewis Mumford, Bauhaus e Italia Nostra, ricorda Vittorio Emiliani). Voghera ha una lunga tradizione di Numeri Unici goliardici: negli anni venti e trenta promossi dai giovani studenti del GUF Luigi Meardi ed Ettore Albini, nell’immediato dopoguerra da Ugoberto Alfassio Grimaldi, Enrico Roda, Beppe Vallini e altri.

come direttore responsabile, “Coprifuoco” che, stampato dal maestro litografo Miles Fiori, viene distribuito nei giorni immediatamente precedenti il Natale. Si tratta di uno dei migliori numeri unici usciti a Voghera, ha lo scopo non solo di sfottere le macchiette, ma di colpire i potenti, la società-bene. In copertina un bellissimo disegno di Giansisto Gasparini, che collabora alla parte grafica assieme a Mario Bortolato, Pino Calvi, Alberto Nobile, Pino Pini, Silverio Riva (e anche: Barbieri E., Barbieri P., Brunelli, Di Lullo, Leddi, Maccari, Marchetti, Matisse, Stucchi). I testi sono di Alberto Arbasino, Italo Betto, Gianni Gatti, Teofilo Gautier, Tino Giudice, Ezio Nava, Francesco Rebasti, Vincenzo Rozzoni, Giuseppe Tarozzi e Mario Taverna.

Un racconto particolarmente malizioso, intitolato Una persona che non dimenticherò mai mette alla berlina la moglie di un noto medico, la figlia nubile e tutta la famiglia, con la storpiatura del cognome di Palpeggiani. Betto, con tutti i redattori, viene querelato e portato a giudizio avanti al Tribunale con rito direttissimo, ma lo stesso pubblico ministero, Marcello De Felice, chiede l’assoluzione. Brillantissima l’arringa difensiva dell’avvocato Gino Manusardi, zio materno dello stesso Alberto Arbasino. E il presidente Agnetti legge il dispositivo che manda tutti assolti con formula piena. Il folto pubblico accoglie la sentenza con applausi, porta in trionfo gli imputati, i quali poi festeggiano al ristorante Pesce d’oro, in via Emilia, allora gestito da Francesco Giambelli, che qualche anno più tardi diventerà, a New York, il Frank Giambelli del famoso Giambelli Fifty (nato a Voghera nel 1915, Francesco “Frank” Giambelli è vissuto fino a novant’anni).

Italo Betto lascia Voghera all’inizio del 1954 per andare a Roma dove al mattino si occupa della vendita di elettrodomestici americani (Motorola) e al pomeriggio frequenta gli ambienti della sinistra socialdemocratica europeista (Zagari). Torna all’inizio del 1956: in alcuni dei primi racconti arbasiniani (L’Anonimo lombardo, Feltrinelli, 1959) si respira il clima cittadino di quegli anni cinquanta, in cui lo scrittore viveva e lavorava ancora in Voghera, nella casa di via Emilia, primo piano, frequentando il gruppo dei giovani universitari, tra cui Betto. Italo entra nell’azienda meccanica del padre (presse oleodinamiche), ma trova anche la novità del Cittadino: un settimanale appena fondato da Renato Cerini, Ernesto Gazzaniga e Tino Giudice, al quale collaborano tra gli altri Bepi Tarozzi, mentre Angelo Calvi si occupa dello sport.

Il giornale ha già il fiato corto, un tentativo di soccorso da parte di Abele Boerchio, patron della Provincia Pavese, non basta: Italo Betto si butta nell’impresa, trova tra gli amici del Bar Nazionale alcuni co-finanziatori (Beppe Vallini, Antonio Bertone, Arturo Locarno, Agostino Marenco, Antonio Grandi, con il Ce Rozzoni e poi Maria Luisa Vallini a tenere i conti), allarga le collaborazioni, all’amico Giuseppe Calandra, ai giovani Claudio Fortusini, Vittorio Emiliani, Antonio Fasoli, Roberto Odorisio, Aldo ed Ezio Nava e a chi scrive. Altri si uniranno poi, come Enrico Marelli, Gianluigi Stringa e Paolo Torti. E ancora Dino Traversa, Angelo Vicini, Giovanni Maggi, Peppino Turani, Giancarlo Perduca, Giampiero Armano, Giuseppe Pep Carnevale. Il Cittadino non solo riprende vita, ma diventa solido strumento di politica amministrativa, con le sue inchieste, cronache, proposte e proteste: per oltre dodici anni tallona gli amministratori di Palazzo Gounela.

Affianca il lavoro politico della sinistra a Voghera e, in particolare di Italo Betto, che diventa sindaco nel 1956 e poi ancora nel 1978, per tantissimi anni anche assessore in amministrazioni diverse, senza preclusioni di carattere ideologico, ma costante cura verso i problemi concreti della città (nel 1965 passerà 51 giorni nel carcere del castello, per un’accusa rivelatasi totalmente infondata). Cementa la composita compagnia del Cittadino il comune amore per la città, la volontà di sprovincializzarla, da un lato, e la fedeltà alla nostra Costituzione, nata dalla Resistenza e quindi naturalmente antifascista, dall’altro.

Su questi valori e sul reciproco rispetto per naturali dissensi è nata una indissolubile amicizia tra i vari partecipanti a questi momenti della vita cittadina, ai quali Italo Betto ha dato, da protagonista, il suo grande contributo. Egli è stato un eccellente amministratore per Voghera, sollecito e competente.

A Luigi Megassini, pochi giorni prima di andarsene, confida: “Amo intensamente questa città, che conosco come le mie tasche, dal centro storico alla periferia più lontana, ma solo con una parte dei miei concittadini mi sento molto vicino e sono quelli che nel corso di questi quarant’anni ho visto votare per gli interessi generali della città e non per le loro particolari convenienze. Come assessore e come sindaco ho profuso tutte le mie energie per promuovere il rinnovamento radicale della città”.

Oggi siamo rimasti in pochi a ricordarlo, ma crediamo che l’esempio di Italo Betto, la sua storia che sopra abbiamo ricordato per brevi cenni, vadano coltivati, in modo assolutamente trasversale, perché siano d’esempio per chi si occupa (e si occuperà) della vita della nostra comunità.

Parenti e amici saranno idealmente con lui per l’anniversario il 22 aprile alle ore 18 nella chiesa di Santa Maria della Salute (Barnabiti), a Voghera.

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