Quel mio vecchio amico

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Di Silvia Malaspina

Caro il mio Popolo, il 13 giugno compi 130 anni! Oltre agli auguri di rito, permettimi di indirizzarti queste righe come a un vecchio amico. Ti conosco da che ho memoria: sui titoloni delle tue prime pagine, quando ancora non sapevo leggere, mi divertivo a indovinare le lettere. Ci accompagniamo da più di mezzo secolo, perciò questo importante traguardo diventa un’occasione per ripercorrere il nostro vissuto comune. Non voglio certo sdilinquirmi in un amarcord nostalgico, caro Popolo, però mi viene da riflettere sulle profonde trasformazioni che hai attraversato in questi anni: hai mutato abito più volte, restando nel contempo sempre fedele a te stesso. Ricordi quando uscivi in tre edizioni diversificate? Il Popolo Dertonino, Il Popolo di Novi, Il Popolo dell’Oltrepò. Ognuna di queste conteneva sia notizie comuni, sia approfondimenti specifici sulle variegate realtà diocesane. Ho avuto poi il privilegio di lavorare a stretto contatto con te per un periodo, negli anni in cui fu direttore l’indimenticato don Piergiovanni Agnes: i tuoi numeri formavano sulla sua scrivania una muraglia cartacea, al di sopra della qua- le di tanto in tanto si levavano le sue eloquenti occhiatacce. Non sembra anche a te di risentire la sua voce che, alle 7.30 del mercoledì mattina, mi telefonava a casa per intimarmi: «Ven giò, a mò, che l’ghe da fa tut coss» («Vieni giù subito – in redazione –; c’è un sacco di cose da fare!»)? Si lavorava in modo completamente diverso, le tempistiche erano più dilatate: pensare oggi alle telefonate di Daniela, che dalla tipografia Tipolito di Voghera chiedeva «Scuriscimi le pagine: dal fax non si legge nulla!» sembra il ricordo di un’epoca preistorica. Poi, caro Popolo, per anni ci siamo allontanati, ma solo per le mie mutate mansioni. Quando il nostro attuale Direttore mi propose una collaborazione, devo confessarti che ebbi un tuffo al cuore, mi sentii lusingata, ma anche molto intimorita nel dover redigere un pezzo ogni settimana. Dopo aver scritto le prime righe della mia prima rubrica, però, ho capito che ero tornata a casa e che la nostra amicizia, come accade quando l’affetto è profondo, non si era inter- rotta per la lontananza fisica, ma si stava rinnovando. Mentre attendiamo il convegno celebrativo di domani, venerdì 12 giugno, mi con- gedo da te con le parole che comparvero nell’editoriale del numero speciale del 20 ottobre 1996, dedicato al tuo centesimo anniversario: “Siamo il giornale d’una terra e d’una gente, d’una Chiesa e d’una società. Non il giornale di un gruppo, o di un ceto, o di un partito. Siamo il giornale d’una comunità”. Auguri, amico mio.

silviamalaspina [at] libero.it

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