Le due facce dei social

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Di Ennio Chiodi

Nella lingua dei “social” si chiama “meme”: un breve video, un’immagine ironica, una foto divertente che diventa “virale”, che si diffonde, cioè, nella rete con la velocità e la contagiosità di un virus. In pochissimo tempo viene condiviso, rilanciato, da uno smartphone all’altro, superando confini geografici e culturali. È un’espressione di un linguaggio globale, diffuso soprattutto tra i gio- vani nati dopo il 2000 che lo rinnovano in continuazione e grazie al quale si “riconoscono”. Durante un recente viaggio in Egitto con la famiglia, ho colto la nostra Bea, 15 anni, a “colloquiare” – tra tombe, templi e musei – con gruppetti di giovani di altre parti del mondo con i quali, in un misto di divertimento e spontanea complicità, si scambiava, anche a distanza, gesti delle mani o brevi frasi, in un in- glese “internazionale”, moderno esperanto. Più volte è stata fermata da ragazze arabe, scortate da fratellini e sorelline, che le chiedevano di fare foto con lei, destinazione Instagram. Ha incontrato un paio di volte una ragazza cinese con cui ha scambiato foto e amicizia digitale. Si ritroveranno ancora sulla rete e magari in giro per il mondo. È la faccia positiva di una medaglia che ha tanti aspetti negativi, al punto che sta crescendo ovunque la convinzione che sia necessario limitare, regolamentare, se non impedire, l’accesso ai social ai minori di 16 anni. L’Australia e l’Indonesia hanno già provveduto. Stati Uniti ed Europa, Italia compresa, si stanno muovendo rapidamente. La ragione principale di questi provvedimenti sta nei rischi che corre la salute mentale degli adolescenti, spesso una vera e propria emergenza. Una Corte della California ha recentemente condannato Instagram e YouTube a risarcire con 3 milioni di dollari una ventenne che aveva denunciato di soffrire di depressione, pensieri suicidi e ansia a causa della dipendenza provocata da questi network. Una sentenza pilota destinata a fare giurisprudenza nel resto del pianeta. La dipendenza, paragonabile a quella da fumo e da alcool, è la madre di tutti i pericoli che investono soprattutto i giovani più fragili. Bullismo e diffamazione attraverso la rete, emulazione di comportamenti anomali o criminali, indottrinamento, crollo di autostima e ricerca di approvazione, odio e aggressività, sono solo alcune delle altre gravi conseguenze. Il rischio tuttavia è di cancellare anche ciò che di positivo i giovani potrebbero raccogliere. Le misure impositive, i provvedimenti giudiziari, eliminano la fatica di un lavoro più meditato e profondo che guardi alla formazione, all’esempio, al controllo gestito, alla fiducia. Chiudere, insomma, bloccare, è più facile – di questi tempi – che ragionare, educare, invitare al confronto.

enniochiodi [at] gmail.com

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