Rompere il naso al prof.
A cura di Silvia Malaspina
Caro il mio professore Bruno Vadalà, il 28 ottobre sei stato protagonista di un episodio raccapricciante. Un tuo studente 14enne dell’istituto “Carlo Grassi” di Torino ti ha aggredito durante un’interrogazione di Meccanica. Hai riportato la frattura del naso. Secondo fonti interne alla scuola, il ragazzo non aveva mai avuto problemi disciplinari, né aveva mai mostrato segni di disagio. Tu sei rimasto sconcertato: «Non c’è una causa scatenante, quindi tutta questa violenza immotivata da dove viene fuori?» – ti sei chiesto, ancora incredulo e dolorante. Hai poi auspicato che il ragazzo possa essere aiutato e che si possano risolvere le cause di un evidente malessere, rimasto a lungo latente. Ciò che colpisce in questa triste vicenda è, purtroppo, la sua non eccezionalità. Secondo i dati diffusi dal Capo della Polizia Vittorio Pisani, tra il gennaio 2023 e il febbraio 2024 sono stati registrati 133 casi ufficiali di aggressione fisica nelle scuole superiori, il che equivale a 1 docente aggredito ogni 2 giorni, senza contare gli episodi sommersi, mai denunciati. Un fenomeno, quindi, in allarmante crescita, che non trova, al momento, una motivazione, né una soluzione. Caro Bruno, cosa potremmo fare noi adulti per arginare l’inquietante tendenza? La domanda è simile a quella che ci siamo rivolti, anche dalle pagine di questo giornale, all’indomani dei disordini che hanno messo a ferro e fuoco Milano e altre città, durante le manifestazioni definite “studentesche”, trasformate in razzie. Quale sarà il morbo che sta serpeggiando tra i nostri ragazzi e chi sono i responsabili? Sarà colpa dei genitori, troppo permissivi e spesso assenti? Saranno i cattivi maestri del trap, che inneggiano alla violenza e alla sopraffazione come uniche forme di riscatto sociale? Sarà una sorta di emulazione malata di situazioni brutali proposte da tante serie TV di successo? Caro Bruno, tu hai 52 anni e ricorderai che la società in cui siamo cresciuti riconosceva indiscutibile autorevolezza, se non una sorta di ieraticità, ad alcune figure che erano un riferimento per tutti: il medico, il parroco, l’insegnante. Puoi immaginare i 14enni della nostra generazione che avessero l’ardire di contestare un professore? Ricordo ancora oggi come il solo ticchettio dei tacchi sul linoleum del corridoio della prof. di Matematica fosse sufficiente a trasformare in statue di sale anche i liceali più effervescenti… Forse i nostri tempi sono stati improntati a una severità talvolta eccessiva, che ci ha però reso adulti rispettosi. Incapaci, ahinoi, di trasmettere i medesimi valori.
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