Bruno vespa con noi dal 1969
Di Ennio Chiodi
Bruno Vespa, 82 anni, è stato assunto alla Rai nel 1969. Con lui, Angela Buttiglione, Paolo Frajese, Nuccio Fava e tanti altri volti che hanno accompagnato per decenni la vita delle famiglie italiane. Alcuni di quei colleghi sono scomparsi. Altri da molto tempo si sono ritirati dignitosamente a vita privata. Lui no: una longevità che neanche Pippo Baudo. Il volto tumefatto, l’occhio gonfio e la vistosa fasciatura con cui sì è presentato ai telespettatori per intervistare la presidente del Consiglio, dopo una rovinosa caduta, più che un segno di incrollabile attaccamento al dovere, è il segno di una inossidabile caparbietà. Non molla, Bruno, ma la stessa Meloni avreb- be volentieri fatto a meno di quello spettacolo e non lo ha sollecitato. Ferito, ricoverato d’urgenza, operato e curato a tempo di record, è rientrato, il giorno stesso, al suo posto di lavoro nonostante tutte le regole di prevenzione e sicurezza che vigono nelle aziende. Bruno Vespa, giornalista di razza da sempre, non lo è più per Rai che – in quanto fornitore di servizio pubblico – impone tetti ai compensi per i dipendenti e i dirigenti. È titolare di un contratto da prestazione artistica che gli consente compensi milionari. Senza contare la pubblicità indiretta, ma preziosa, che gli viene gentilmente offerta dalle ospitate in tutti i programmi della televisione italiana in occasione dell’uscita, sotto Natale, dei suoi libri. Non è il solo in verità: il gioco “tu presenti il libro mio, io presento il libro tuo” è molto diffuso. Al contrario di altre grandi televisioni pubbliche, Rai tende ad ancorarsi ai propri grandi vecchi. Privilegia una proposta da “usato sicuro” che tuttavia allontana telespettatori giovani. È immaginabile che non si trovino, prima o poi, emuli di Camilla Patrizia Carlucci, in arte Milly, 72 anni, sugli schermi di Rai Uno dai tempi della prima Repubblica? O di Mara Povoleri, in arte Venier, detta zia Mara, classe 1950, insostituibile protagonista dei nostri pomeriggi domenicali? Ironia a parte, la questione è politica ed economica. Un pubblico di età media avanzata (siamo oltre i 60 anni), favorito anche dal mancato costante ricambio dei testimonial, ha un valore di mercato progressivamente inferiore. Il target preferito dai pubblicitari che investono in TV è la fascia 25-54 anni. Meglio puntare su un pubblico meno numeroso ma più giovane che viceversa. Non di solo canone vive la Rai. Una programmazione più coraggiosa, più vicina ai segni dei tempi, meno fumettistica e ripetitiva non farebbe un soldo di danno. Un soldo, in questo caso, di denaro pubblico.
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