«Ripartire da riabilitazione e senologia: perché questi ritardi?»

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L’inchiesta. Ospedale di Tortona. Renato Balduzzi, ex ministro della Salute nel Governo Monti, fautore otto anni fa della riforma sanitaria, risponde alle nostre domande sul nosocomio tortonese, il partenariato pubblico-privato, la gestione della pandemia

Sono ben note le recenti vicende che riguardano l’ospedale di Tortona. In particolare, in città ha fatto discutere il ritorno dell’ospedale in regime di Covid Hospital. Cosa spera per il presente e per il futuro del nosocomio cittadino?

«Per il presente, credo si debba sperare che l’ospedale di Tortona continui a svolgere, nell’interesse del territorio tortonese e alessandrino e altresì dell’intero Piemonte (i servizi sanitari sono servizi universali, dunque per tutti), quel ruolo essenziale per contrastare la pandemia che già ha svolto egregiamente nella prima fase dell’emergenza. Insieme a questo, è indispensabile che l’ospedale mantenga il più possibile una funzione di garanzia per gli altri bisogni sanitari tuttora presenti, come dialisi e day hospital oncologico, e che sia curata l’informazione e l’orientamento dei pazienti afferenti alle specialità temporaneamente sacrificate, affinché essi non vengano penalizzati oltre misura dalla pur necessaria attenzione alle persone contagiate.

Per il futuro credo si debba dare concretezza alla richiesta di potenziamento, a partire dalla immediata attuazione della decisione, presa da anni e rispondente alla vocazione sanitaria del territorio, di fare nascere a Tortona un importante e strategico Dipartimento di rieducazione funzionale (perché questi ritardi? A chi giovano?) e senza dimenticare la necessità di attivare subito le procedure per l’individuazione di una struttura complessa di Senologia e la relativa copertura, così da dare continuità e sviluppo al grande lavoro svolto in questo settore negli ultimi decenni e che ha ottenuto all’équipe guidata dalla dott.ssa Pacquola riconoscimenti unanimi e meritati, anche da fuori provincia».

I tortonesi ancora una volta hanno messo a disposizione il “loro” ospedale. I cittadini, per bocca del sindaco, chiedono sicurezza per il futuro del presidio. Si parla di un possibile partenariato tra pubblico e privato. Può essere, a suo avviso, la strada giusta?

«Il presidio ovviamente non è mai stato in discussione e l’esperienza Covid, nella sua drammaticità, ne ha confermato il carattere strategico e importante. La discussione si è svolta, e purtroppo in passato non sempre con la necessaria consapevolezza e lucidità di prospettiva, sulle caratteristiche dell’ospedale e su come inserirlo al meglio nella rete ospedaliera che è, a sua volta, parte essenziale della complessiva rete sanitaria, insieme alla cosiddetta rete territoriale dei servizi. La rete sanitaria, come ogni altra rete di servizi, ha bisogno di standard condivisi: i servizi vanno allocati dove esistono le condizioni di sicurezza ed efficienza, non soltanto per diminuire gli sprechi, ma soprattutto per assicurare la migliore qualità dell’assistenza. Ogni discorso sul potenziamento dell’ospedale deve partire dalla condivisione di questa premessa. Non è un caso che le regioni che meglio hanno saputo, almeno sinora, contrastare la pandemia, siano quelle (penso soprattutto all’Emilia-Romagna e al Veneto, in parte anche al Piemonte) che hanno realizzato subito e meglio sia la riforma della rete ospedaliera secondo gli standard nazionali, sia la connessa riorganizzazione della sanità territoriale come prevista nella riforma del 2012».

E per quanto riguarda la proposta sulla sperimentazione gestionale pubblico-privato di cui si sta parlando?

«Ho avuto modo, nel tempo, di affrontare il tema sia come studioso e professionista, sia come persona avente responsabilità politico-istituzionali, sia sotto il profilo operativo-gestionale, essendo presidente di un Irccs pubblico-privato (è quello che chiamo il mio volontariato sanitario). Posso dunque affermare, in tutta modestia e umiltà perché si tratta di temi complessi e difficili, che una siffatta proposta richiede due atteggiamenti metodologici di partenza. Il primo, è che in alcun modo le sperimentazioni gestionali possono prescindere dagli standard di rete di cui abbiamo parlato poco fa: in giro per l’Italia, ogni qualvolta si è provato a fare questo, si è fatto un buco nell’acqua, perché le Regioni si sono trovate a mal partito e i privati a scopo di lucro, non appena realizzato l’investimento o accertata l’impossibilità di trarne utile, si sono sfilati. Pensare di utilizzare la partnership pubblico-privato per aggirare gli standard di rete denoterebbe ingenuità o avventatezza, o forse entrambe le cose. C’è poi un altro atteggiamento metodologico che è indispensabile: non è affermando che si vuole l’eccellenza dei servizi che questa si avvera, ma è costruendo sopra le reali e oggettive vocazioni del territorio e la storia concreta dell’ospedale che arrivo alla cosiddetta eccellenza. Ecco perché prima parlavo di riabilitazione e senologia. La sanità del dopo-pandemia non potrà essere la stessa di prima, neppure a Tortona».

Le cronache quotidiane ci dicono di una recrudescenza dell’emergenza da Covid-19. In base alla sua esperienza, e alle “linee guida nella pandemia” apparse nel luglio scorso sulla rivista che lei dirige, Corti Supreme e Salute, qual è la sua valutazione sulla gestione a livello nazionale dell’emergenza?

«Mi sembra che le autorità nazionali abbiano, soprattutto nella prima fase, proceduto in stretta sinergia e contatto con gli organismi tecnico-scientifici, in particolare con l’Istituto superiore di sanità, che costituisce il nucleo forte del Comitato tecnico-scientifico chiamato, sin dai primi giorni dell’emergenza, ad affiancare Governo e Parlamento. La politica non può limitarsi a ratificare gli orientamenti degli organismi tecnico-scientifici, in quanto ha un dovere di responsabilità e di autonomia, ma non può prescindere dalle loro indicazioni. E avere un Istituto superiore di sanità indipendente e partecipato dalle Regioni, come noi abbiamo, è una garanzia per tutti, ministro compreso. Più articolato è il giudizio circa alcuni comportamenti regionali, i cui presidenti, forse anche a causa della vulgata mediatica che li chiama impropriamente governatori, sono stati talvolta tentati di privilegiare comportamenti ondivaghi o percepiti come propagandistici. Sarebbe invece quanto mai opportuno, e auspico che ciò accada, avere davvero dei “presidenti”, persone capaci di presiedere, cioè di sedere insieme, in posizione eminente, alle altre rappresentanze dei territori locali e di favorire la coesione territoriale».

I cittadini sono chiamati di nuovo a sacrifici pesanti, ad altre chiusure, ad altre restrizioni. Secondo lei è questa la via maestra per arginare e sconfiggere il virus o serve altro?

«Constato che è la via impiegata da tutti i Paesi e che laddove questa via non è stata seguita, o è stata seguita soltanto in parte, i danni, in termini di vite umane e di cattivo funzionamento dei servizi, sono stati e sono più pesanti. Piuttosto che di cittadini chiamati a sacrifici parlerei tuttavia di noi cittadini che comprendiamo, responsabilmente, che talune limitazioni e cautele (mascherine, abolizione dei contatti fisici non necessari, igiene personale e familiare) sono indispensabili per concorrere a sconfiggere il virus e che pertanto, proteggendo gli altri e la loro libertà, proteggiamo nel contempo noi stessi e la nostra libertà, come impeccabilmente ha più volte ricordato il presidente Mattarella.

Credo importante che a dare l’esempio di tale responsabilità debbano essere anzitutto quei cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche i quali, come si esprime la nostra Costituzione, sono chiamati ad adempierle con disciplina e onore».

Matteo Colombo

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