«Stringere con loro un patto di fiducia»
Giovani in crisi. Quali soluzioni adottare per chi protesta e, soprattutto, per chi mette a ferro e fuoco le città? Il pugno di ferro non basta, bisogna andare a fondo del disagio dilagante. Il Papa ci ha indicato una strada
DI MARCO REZZANIL o scorso fine settimana Roma, Milano e altre grandi città italiane sono state teatro di una nuova ondata di manifestazioni che hanno coinvolto soprattutto i giovanissimi. In questa occasione, complice anche l’ingente dispiego di forze dell’ordine e militari, non si sono registrate le devastazioni di negozi e locali messe in campo la settimana precedente, soprattutto nel capoluogo lombardo. È da giorni, però, che sulla stampa e in televisione si susseguono analisi circa le motivazioni che spingono ragazzini poco più che bambini ad assumere atteggiamenti inauditi. Ci si interroga anche sulle “terapie” da mettere in atto: c’è chi derubrica questi comportamenti come violenza pura da punire con il pugno di ferro e chi cerca di andare più in profondità scavando nel disagio che appare dilagante. Ci viene in soccorso l’Istat che alcuni giorni fa ha comunicato che nel nostro Paese vivono 1,1 milioni di poveri assoluti con meno di 18 anni, il 12,5% dei minori residenti in Italia, le cui famiglie non sono in grado nemmeno di soddisfare i bisogni minimi. Questi minorenni hanno già ben chiaro il loro futuro: un’alta probabilità di rimanere poveri anche da adulti. L’incidenza della povertà è massima per i 14-17enni (13,2%) e scende al crescere dell’età, fino a un minimo del 6,1% per gli ultrasessantacinquenni. Tra le famiglie di soli italiani l’incidenza della povertà minorile è pari al 7,8% mentre tra i nuclei composti solo da stranieri è del 31,4%. Sono dati sovrapponibili al 2024, ma più alti di quelli degli anni prepandemia. Povertà e spesso violenza. Ce lo ha detto recentemente “Terre des Hommes”: nel 2025 si sono registrati 7.272 minori vittime di violenza: circa 3.000 hanno subito maltrattamenti in famiglia, 1.500 violenze sessuali, 600 sono stati abbandonati. Negli ultimi 10 anni circa 60.000 bambini e bambine hanno subito violenza. Ma c’è di più: la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ha fatto notare che il disagio psicologico giovanile riguarda circa il 16% degli adolescenti e delle adolescenti, ovvero quasi 1 giovane su 5 nella fascia 18-34 anni, e che sono circa 600.000 i minori seguiti dai dipartimenti di Salute Mentale, con una situazione più critica per le donne e le ragazze dai 14 ai 24 anni rispetto agli uomini. In un anno sono stati 8.500 i minori che si sono recati in Pronto Soccorso per disturbi psichiatrici di cui solo il 18% è riuscito ad accedere ai reparti specializzati. Se da un lato l’aggressività giovanile di queste settimane va condannata con fermezza, è altrettanto vero che le istituzioni e la società civile non possono far finta di niente di fronte a dati che certificano senza ombra di dubbio che in Italia la ferita sociale a carico dei giovani è sempre più profonda. È tempo di provvedimenti e di risposte che guardino al futuro, scevre da ideologismi di parte. È soprattutto ora di affrontare la questione educativa, da un lato per i ragazzi e dall’altro per le famiglie, padri e madri che sembrano aver troppo spesso abdicato al loro ruolo. Lo ha capito bene il Papa che il 22 ottobre, parlando ai partecipanti al congresso sulla Pastorale Scolastica e Universitaria in Aula Paolo VI, è partito dalla constatazione che tanti studenti vivono «condizioni di disagio esistenziale! Famiglie ferite, solitudini digitali, sentimento di inadeguatezza o di timore davanti a un futuro che appare incerto. Molti attraversano i corridoi dei nostri istituti e delle nostre università e forse si sentono anonimi. Com’è importante che le scuole e le università cattoliche siano, prima di tutto, “casa”, un luogo familiare dove si è attesi! Il primo annuncio, spesso, passa attraverso uno stile di accoglienza: qualcuno che ti guarda negli occhi, che ricorda il tuo nome, che nota la tua assenza, che si rallegra del tuo ritorno». Già qui troviamo due elementi imprescindibili per l’avvio di una possibile terapia: accoglienza e ascolto. «Non pochi giovani – ha continuato Leone XIV – oggi, sono come paralizzati dalla paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere malintesi, di non corrispondere alle aspettative. Viviamo in una cultura della prestazione che mette continuamente a confronto e classifica in modo a volte spietato. Una meritocrazia male intesa finisce per non rispettare le persone. Per questo molti finiscono per rinunciare prima ancora di provare». Da qui l’invito del Pontefice ad aiutare i giovani «a essere protagonisti di un modo nuovo di abitare il mondo, costruttori di fraternità, di una società più giusta. Il coraggio nasce da un patto di fiducia: dall’esperienza di qualcuno che crede in te prima che tu creda in te stesso. Gesù non ha scelto i Dodici perché erano coraggiosi; li ha chiamati e, con la sua fiducia, li ha resi capaci. Ai nostri ragazzi dobbiamo poter ripetere le parole che i discepoli rivolsero al cieco Bartimeo: coraggio! Alzati, ti chiama!». «Sotto la corazza – ha concluso il Papa – che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, si cela il desiderio di amare ed essere amati». Bisogna «educare il cuore alla compassione, alla gratitudine, alla capacità di lasciarsi toccare dal dolore degli altri; educarlo alla lode e al desiderio di Dio. Il servizio ai poveri, il volontariato, la cura del creato non sono attività accessorie, ma luoghi dove il cuore impara a dilatarsi. Non dimentichiamo: carità e preghiera sono inseparabili». Affrontare seriamente i problemi degli adolescenti e dei giovani presuppone prima di tutto farsi loro prossimo, «camminare con loro lungo la strada, finché scoprano i doni che Dio ha già deposto in loro. Come il Risorto con i discepoli di Emmaus, che si avvicina, cammina con loro, ascolta, spiega, fa ardere il loro cuore e, infine, si lascia riconoscere allo spezzare del pane».

