L’esercito del papa
Di Ennio Chiodi
«Quante divisioni ha il Papa?» La frase è attribuita a Iosif Stalin in risposta agli alleati occidentali quando sottolineavano l’importanza dell’influenza che il Vaticano avrebbe potuto esercitare nelle terribili vicende che il mondo stava affrontando nella prima metà del secolo scorso. L’avrebbe pronunciata, con sprezzante ironia, a Yalta nel 1945 mentre si decidevano le sorti di buona parte d’Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma Winston Churchill ricorda di averla sentita anche nel 1935 durante un incontro a Mosca. Vero! Il Papa non ha eserciti, ma può contare sulla coerenza e sulla forza morale di un messaggio che raggiunge credenti e non credenti più di qualsiasi altra istituzione civile o religiosa. Quando Leone XIV, da poco uscito dalla sala operatoria, alza il telefono e chiama Vladimir Putin, è un uomo debole, malato, tormentato dalle domande che ognuno di noi si farebbe dopo aver subito un intervento per rimuovere un insidioso tumore maligno. Come la pace “disarmata e disarmante” che aveva evocato il giorno della sua elezione al soglio, è un uomo disarmato, che vuole essere disarmante. Il Papa, realisticamente, non chiede la fine della guerra né tregue di qualche periodo. Sollecita, con l’umiltà e la forza dell’amore che lo muove, sollievo per i duemila abitanti superstiti della cittadina di Olešhki, nella regione contesa di Kherson, occupata dalle forze russe fin dai primi giorni di quella brutale, ingiustificata, aggressione. Uomini, donne e molti bambini, circondati dalle mine e minacciati dal continuo sorvolo di droni, rischiano lo sterminio per fame. Non ricevono cibo dal maggio scorso, si nutrono di miele che aggiungono alle tisane prodotte con erbe di campo, e di qualche rimasuglio conservato nelle dispense. Intanto nelle ultime ore qualcosa sta accadendo, anche dopo il coinvolgimento da parte di Leone XIV del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Vedremo se nei prossimi giorni l’apertura almeno di un corridoio umanitario per evacuare parte della popolazione e far giungere aiuti alimentari e sanitari sarà un obbiettivo possibile. La diplomazia vaticana, guidata da un grande caparbio mediatore come il presidente della Cei Matteo Zuppi e dal “ministro degli Esteri” Paul Richard Gallagher, da tempo va cercando risultati concreti per circoscritti obbiettivi umanitari, consapevole che questa è una delle stra- sde maestre per ottenere quella pace disarmata cui “illustri” osservatori guardano con liquidatorio scetticismo. Ci attendiamo che quel sussulto di umanità, nato lungo le sponde del fiu- me Dnipro, raggiunga l’altra sponda dell’Atlantico dove Donald Trump è piuttosto impegnato a fare affari con il nuovo zar russo, suo sodale rivale.
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