Oltre all’Ilva, nuvole nere sull’industria italiana
Di Cesare Raviolo
La crisi dell’Ilva, che ha investito anche l’impianto di Novi Ligure, è solo una punta di quell’iceberg chia- mato “deindustrializzazione”. Anno dopo anno, pezzo dopo pezzo, l’Italia sta perdendo il suo patrimonio industriale. Nel 2024, secondo Kpmg (big mondiale della revisione contabile), 429 imprese sono passate in mani straniere, per un valore totale di circa 36,2 miliardi di euro. Nel tempo il fenomeno ha interessato piccole real- tà, ma anche aziende che costituiscono la dorsale produttiva del Paese. È il caso di Comau (sistemi di automazione) ceduto da Stellantis al fondo USA One Equity Partners; Piaggio Aerospace è passata alla turca Baykar (aeromobili); IP (Italiana Petroli) all’azera Socar; Bialetti Industrie (caffettiere) alla cinese Nuo Capital; Cvs Ferrari (attrezzature industriali) a Taylor Group (USA). E non finisce qui. Sifi, azienda farmaceutica, è stata venduta da 21 Invest alla spagnola Faes Farma; Golden Goose, società delle sneaker di lusso, è ai fondi Hsg (cinese) e Temasek (Singapore) per 2,5 miliardi; il gruppo della moda Etro al fondo franco-statunitense Catterton. E poi Ducati (motociclette) è passata al gruppo Audi-Volkswagen, Costampress (fonderia) al fondo tedesco Accursia Capital, Fimer (elettronica) a MA Solar Italy Limited controllata dall’inglese McLaren e, infine, Tekne SpA (veicoli speciali e della difesa) alla società USA Nuburu, oltre a Magneti Marelli ceduta alla giapponese CK Holdings. La crisi della manifattura emerge anche da altri elementi. A oggi, presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), sono aperti 37 tavoli di crisi, tra cui Acciaierie d’Italia (ex Ilva), Cogne Acciai Speciali, Electrolux e sono 30 mila i lavoratori a rischio. Nel 2025 la Cassa Integrazione Guadagni (CIG) ha autorizzato circa 560 milioni di ore (+10% sul 2024), mentre tra 2023 e 2025 la produzione industriale, secondo l’Istat, è calata complessivamente del 5,7%. Vendita all’estero di imprese, crisi industriali e calo produttivo sono imputabili a più fattori (carenza di fondi e di venture capital, difficoltà nei passaggi generazionali, frammenta- zione del sistema imprenditoriale, ecc.), che concorrono alla perdita di sovranità, poiché gli acquirenti esteri rispondono agli interessi dei loro Paesi, e producono, in maniera strisciante e quindi più pericolosa, un progressivo impoverimento strategico dell’Italia, con il rischio che centri di ricerca, brevetti e processi decisionali sfuggano sempre di più al controllo italiano sulla sua stessa manifattura.
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