Acqua pulita e sorrisi per Murayi

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Concluso il viaggio missionario in Burundi dei volontari di “Ascolta l’Africa”

NOVI LIGURE – Nel cuore del Burundi, a Murayi la solidarietà che parte dalle colline attorno a Novi Ligure e attraversa l’intera Diocesi smette di essere un concetto astratto per diventare carne, sudore e acqua pulita che sgorga dai rubinetti. Un viaggio missionario non è certo una vacanza solidale. Lo sanno bene i volontari dell’associazione “Ascol-ta l’Africa”, tra cui il parroco novese don Massimo Bianchi, rientrati lo scorso 24 agosto dall’esperienza che ha lasciato il segno nel cuore di chi è partito e nelle pietre di chi è rimasto. «Pensare che l’urgenza più spietata, da queste parti, passa prima di tutto dallo stomaco. – ripete con lo sguardo fisso di chi quelle cucine le ha viste in funzione, Stefano Gabriele, anima e cofondatore del gruppo – La priorità resta la nutrizione dei più piccoli. Grazie ai fondi raccolti, le suore di Murayi garantiscono da due a quattro volte al mese un pranzo proteico a base di carne o pesce ai bambini più fragili, erigendo un baluardo concreto contro la piaga della malnutrizione. Ma il cibo non basta se manca l’acqua. Per portare l’idratazione nelle frazioni collinari, storicamente isolate, l’associazione ha unito le forze con l’ente Egato6. Il primo lotto parla chiaro: 11 lavatoi, 18 fontanelle, 16 cisterne e un pozzo profondo ben sessanta metri, verificati sul posto a maggio insieme a Dante e Tino». E la testa è già proiettata al biennio 2027/28, quando si punterà a completare la nuova linea idrica di 25 chilometri verso la città di Kanyinya. «Tra l’altro, dentro questo grande cantiere si intrecciano storie umane toccanti. – prosegue Stefano – Come quella di Mario Maggiolo, un caro amico scomparso che ha voluto destinare gran parte dei suoi beni ad azioni di beneficenza e al Piccolo Cottolengo, ricordando la sua amata chiesetta di Dova. Su richiesta della nipote, quelle risorse sono state convertite nei mattoni del nuovo liceo tecnico “Regina della Pace” a Murayi, uno spazio dove i ragazzi del posto impareranno i mestieri di sartoria, edilizia, falegnameria e gestione elettrica. L’educazione, del resto, qui si misura anche sul campo. I volontari organizzano i giochi per i piccoli ricalcando il modello dell’oratorio parrocchiale, mentre i più grandi partecipano a veri e propri campi di lavoro tra disboscamento e agricoltura: una fatica ricompensata con una piccola paga per coprire spese e libri scolastici. E per chi ha una determinazione ferrea, l’associazione sostiene persino gli studi universitari». Chiara Casagrande, portavoce del gruppo, racconta con gli occhi lucidi l’amalgama nata tra i giovani volontari tra i 20 e i 34 anni, provenienti da Novi e dall’Oltrepò: «Dalla tappa a Bruxelles alla convivenza nei letti a castello della Casa del Giovane, la semplice conoscenza si è trasformata in un’amicizia di ferro. Niente teoria, solo fatti. I ragazzi si sono messi a zappare per mattinate intere sotto il sole, intonando canti tra italiano, kirundi e francese. Hanno perfino fabbricato i mattoni a mano, rientrando coperti di fango e tirandosi le zolle come se fossero palle di neve». «Poi la gestione del Grest per oltre seicento bambini, orchestrato insieme alle suore con una serietà contagiosa. – afferma e conclude Chiara – Il vero capolavoro è stato l’abbattimento di ogni distanza. A fare da collante invisibile è stata la fede. Ogni mattina don Massimo raccoglieva il gruppo per le Lodi nella chiesetta, riservando la sera alla Messa e alla riflessione. Momenti di profonda intensità, vissuti nel segno di un abbraccio sincero durante lo scambio della pace, prima di toccare con mano la gioia dei bimbi di Kanyinya alla vista dell’acqua e al dono delle caramelle. Stringendo il cerchio, le condotte e i mattoni sono fondamentali, ma l’opera più bella resta quella fatta di sguardi e preghiere condivise. Quando tornerà la pioggia a Murayi, le fontanelle disseteranno la terra. A dissetare il cuore dei nostri ragazzi resterà il ricordo di quei seicento sorrisi esplosi al sole e di una fede che sa davvero spostare le montagne».

Vittorio Daghino

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