«Ciao Dino, grazie per la tua mano sulla mia spalla»

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Il prof. Savio è morto all’età di 83 anni dopo una vita spesa per la Chiesa, per le Missioni e per il Signore. Il vescovo ha pregato il Rosario

VOGHERA – Non ho tante foto in archivio di Dino Savio, anche se per tutta la vita, ben prima che io iniziassi a lavorare in questo giornale, ha servito la Diocesi, la Chiesa, la comunità. Non amava stare troppo sotto i riflettori. E il bene che ha fatto, che voi conoscete, è soltanto una piccola parte delle sue opere e dei suoi giorni. Ma questa fotografia che ho scelto per ricordarlo e per dirgli «arrivederci, sei stato importante per me», lo ritrae davvero com’era: la luce intelligente negli occhi, l’espressione da prof., arguta e ironica, il sorriso, la serenità sul volto di chi la sera si addormenta tranquillo perché sa di aver fatto il possibile per compiere la volontà del Signore, per piacere a Lui. Lunedì Dino si è addormentato per sempre, chiamato a sé da Dio che cercava, che pregava, che seguiva, che ringraziava, che amava. Aveva 83 anni e ha lasciato la moglie Claudia, il figlio Damiano con Claudia, la nipote Mariele per cui stra- vedeva, Alessandro, la sorella Gian- na e la cognata Mariella. Il Santo Rosario è stato pregato martedì sera in duomo, alla presenza del vescovo Mons. Guido Marini che gli ha rivolto parole di gratitudine. Ieri mattina don Cristiano Orezzi, con numerosi confratelli, ha celebrato i funerali sottolineando che l’esistenza di Savio è stata improntata all’insegna della carità. Dino ha lasciato un grande vuoto anche in me. “Preziosa agli occhi del Signore la morte dei suoi fedeli” recita il Salmo 116. Allora, dovrei dirgli: «A Dio, Di- no». Eppure, per tutto ciò che abbiamo vissuto insieme, per le cose che mi ha insegnato, per l’affetto che provava per me, ricambiato, in attesa della risurrezione, lo sentirò ancora accanto. Nato a Pontecurone nel 1943, vissuto a Voghera, laureato in Filosofia all’Università di Genova, per tutti Savio era il professore che ha insegnato Storia e Filosofia al liceo “Galilei”. Era il volontario impegnato in varie commissioni diocesane, nella Pastorale Familiare, il vicedirettore del Centro Missionario, l’amico dei poveri, degli ultimi, dei carcerati, il punto di rife- rimento delle Suore Agostiniane vogheresi, il secondo padre dei suoi studenti, il servo fedele dei suoi vescovi e dei sacerdoti che ha incontrato lungo il cammino. Tutti, tra questi ultimi, hanno capito la sua fede e la sua buona fede? Chissà. Dino non ha certo mai smesso di servirli, seguendo l’esempio e la testimonianza di mons. Libero Me- riggi e di madre Anna Maria Canopi. Per me, invece, è stato una guida sicura, uno di famiglia. Era il cielo di Brusson, il verde dei suoi prati, le corse in pineta, l’acqua ghiacciata di una fontanella, sui polsi, per ritemprarci alla fine di una passeggiata. Era chi prendeva la parola in un incontro con tante altre famiglie, alla presenza di mons. Lino Zucchi, e non avresti più smesso di ascoltare. Era chi, durante la Giornata Missionaria Diocesana, saliva all’altare della mia chiesa per raccontare quanto le popolazioni del Burundi o del Madagascar o del Mozambico a- vessero bisogno di noi, da questa parte del mondo, assuefatti dal benessere e, in fondo, un po’ menefreghisti. Lui c’era stato in quelle terre lontane, partito con bagagli strapieni di oggetti e caramelle da regalare ai bambini e in tasca le offerte che aveva raccolto e che donava al cosiddetto “terzo mondo”, spesso smenandoci di tasca propria. Era la sua mano sulla mia spalla il giorno della mia Cresima. Era una fetta di salame mangiata in compagnia a casa di Gino Marchesi o in estate a Montecapraro. Era l’amico dei miei che una domenica qualunque chiamava a casa: «Ci siete? Veniamo io e Claudia, portiamo il gelato» e mi lasciava di nascosto, sul tavolo del mio studio, messaggi scritti con la sua elegante, minuta calligrafia: una parola buona, un incoraggiamento. Era uno dei miei primi lettori oltre che un valido collaboratore del settimanale. Sono andato a rileggermi alcuni suoi pezzi. In uno diceva così: “De- ve essere difficile essere missionari: un’espressione ricorrente con la quale ci confrontiamo in occasione di qualche incontro. Rispecchia da una parte la cultura in cui viviamo, che fa fatica ad accettare impegni forti, dall’altra rappresenta l’ambiguità dei termini che si riferiscono alla missione. L’espres- sione, infatti, dovrebbe essere meglio tradotta con: deve essere difficile essere cristiani, dal momento che tutti i cristiani sono chiamati a essere missionari”. In un altro articolo rifletteva: “Una conversione missionaria riguarda non soltanto i pochi gruppi esistenti qua e là con finalità caritative in qualche parte del terzo mondo, ma i gruppi legati a istituti religiosi, ad associazioni, movimenti ecclesiali… così da poter parlare di volto missionario della comunità. È un puro ideale? È un’utopia? È una pretesa? Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia è la questione cruciale della Chiesa in Italia oggi. L’impegno che nasce dal comando del Signore – ‘Andate e rendete discepoli tutti i popoli’ (Mt.28,19) – è quello di sempre. Ma in un’epoca di cambiamento come la nostra diventa nuovo, e l’impegno missionario, tra i vicini e i lontani, qui da noi e ad gentes con i nostri missionari, è di fondamentale importanza. È, fuor di dubbio, una questione di tutta la Chiesa”. Avevi ragione, Dino: deve essere difficile essere cristiani ma tu ce l’hai fatta. E le centinaia di persone che sono venute ieri mattina, in duomo a Voghera, al tuo funerale, l’avevano capito.

Matteo Colombo

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