Data Center? Anche no
Di Cesare Raviolo
Il crescente ricorso all’intelligenza artificiale (IA) sta provocando un autentico boom dei “data center” (DC), strutture fisiche che ospitano potenti computer, server, sistemi di archiviazione e reti di comunicazione per gestire grandi quantità di dati digitali. Sono realizzati da chi costruisce l’infrastruttura e poi l’affitta ai clienti oppure da grandi gruppi come Amazon Web Services e Microsoft Azure, che costruiscono in proprio, oltre a società di telecomunicazioni, fondi di investimento, gruppi della logistica e immobiliari. Attualmente, in Italia, sono in funzione 168 DC localizzati, in prevalenza, nel Milanese (75), Roma (29), Torino e Bergamo (12), Padova (9) e in altre 44 aree, tra cui 2 (già cantierabili) in provincia di Pavia (Siziano e Vellezzo). Negli ultimi tre anni sono stati investiti in DC 7 miliardi di euro, ma entro il 2028 la cifra potrebbe raddoppiare. Il data center è un’infrastruttura digitale, ma anche un prodotto immobiliare e come tale costituisce una importante fonte di profitto per le cosiddette “società veicolo”, che comprano i terreni, istruiscono le pratiche urbanistiche comunali e li rivendono ai gestori, spesso prima della costruzione dell’infrastruttura; anche per i Comuni l’insediamento di un DC può rappresentare una cospicua entrata, perché chi costruisce deve pagare gli oneri di urbanizzazione. Tutto bene, dunque? Non proprio. Sempre più numerose sono le prese di posizione di cittadini e comitati che chiedono di sospendere la costruzione di queste infrastrutture. Le ragioni sono da ricercarsi nel fatto che esse finiscono per occupare vaste porzioni di terreni, in precedenza quasi sempre agricoli, determinano elevati consumi di acqua per il raffreddamento dei server, generano rumore fastidioso, ma, soprattutto, sono altamente energivore e scaricano nell’ambiente grandi quantità di anidride carboni- ca. Secondo Standard University, la domanda stimata di energia dei DC sarà pari a oltre 45 mila megawatt, superando quella nazionale dei principali Paesi, dei Bitcoin e dei sistemi di IA. Il Politecnico di Milano stima che, nel 2024, i DC abbiano consumato circa 5,8 terawattora (1 miliardo di chilowattora) di elettricità, pari al 2% dei consumi nazionali, una quota destinata a crescere fino al 7% e addirittura al 13% entro il 2035. Dunque, l’evoluzione dei DC dimostra come una innovazione di per sé positiva debba essere considerata nelle sue diverse implicazioni e richieda un’attenta valutazione da parte dei decisori politici e amministrativi.
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