A Leskoc il cuore si sente a casa

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Viaggio missionario. Dal 3 al 10 agosto un gruppo di giovani della Diocesi ha vissuto un’esperienza, con la Pastorale giovanile, nella Casa della Caritas umbra in Kosovo. Le testimonianze di alcuni partecipanti sulla bellezza dell’accoglienza e della carità

DI DANIELA CATALANO

Prima o poi si torna sempre dove il cuore sta bene. Per questo, a distanza di 7 anni, la Pastorale Giovanile diocesana ha voluto organizzare un nuovo viaggio missionario in Kosovo, nella Casa di Leskoc, dove si era recata nel 2019. Dal 3 al 10 agosto un gruppo di venti giovani della Diocesi di Tortona, accompagnati dal direttore della Pastorale Giovanile, don Cristiano Orezzi, e da suor Patrizia Gestro, direttrice dell’Ufficio di Pastorale missionaria, ha vissuto un’intensa esperienza nella realtà gestita dalla Caritas dell’Umbria. Quando, alla fine di giugno del 1999, è terminata la guerra tra Bosnia e Kosovo, con il rientro della popolazione di etnia albanese fuggita dai bombardamenti della Nato e dalle violenze dei gruppi paramilitari serbi, la Caritas regionale umbra è arrivata nel villaggio kosovaro di Radulloc e si è impegnata nella ricostruzione di un territorio gravemente danneggiato dal conflitto e, soprattutto, nell’assistenza agli orfani e alle famiglie in difficoltà. Nel 2006 è sorta l’esigenza di realizzare una nuova struttura per accogliere i bambini e, dopo aver acquistato un terreno di circa 20 ettari nel villaggio di Leskoc, alle porte di Klina, è stata costruita la Casa di ospitalità che è diventata anche il centro delle attività agricole e di allevamento e dove sono stati avviati i laboratori con lo scopo di creare opportunità lavorative per i giovani ospiti. Il complesso, inaugurato nell’ottobre 2014, grazie al contribuito economico della Regione ecclesiastica umbra, ospita circa 20 ragazzi e ragazze che non hanno famiglia o genitori in grado di provvedere loro e che arrivano tramite i servizi sociali. A gestire la Casa attualmente sono Rinaldo e Francesca, una coppia di italiani che ha preso il posto di Massimo e Cristina, rimasti in Kosovo per più di 20 anni. Le giornate vissute dalla Pastorale diocesana a Leskoc sono iniziate con la recita delle Lodi mattutine, arricchite dalla riflessione sul brano di Vangelo del giorno curata, a turno, dai partecipanti. Dopo la colazione, i responsabili della struttura, hanno affidato a ciascuno i compiti quotidiani che comprendono le attività nei campi e nelle stalle della cooperativa di gestione della Casa, l’animazione e la cura dei bambini della struttura e la consegna settimanale dei pacchi alimentari a circa 200 famiglie seguite. Il viaggio diocesano è stato caratterizzato anche da alcuni momenti dedicati alla conoscenza del territorio e alla dimensione spirituale. I giovani hanno visitato il suggestivo monastero ortodosso di Dečani, la città di Prizren e il centro delle suore di santa Teresa di Calcutta a Peja. «L’aspetto più toccante è stato l’incontro diretto con la gente del luogo, – ha ricordato don Cristiano – in particolare con le famiglie più povere, che hanno aperto le porte delle loro case mostrando una dignità e un’accoglienza indimenticabili». Alcuni protagonisti dell’esperienza missionaria hanno ripercorso i sentimenti e le emozioni provati durante le giornate del viaggio. Ricordando la settimana in Kosovo – ha spiegato Aurora – posso solo dire “faleminderit” ovvero “grazie”. Sono stati giorni in cui abbiamo imparato a fare fatica insieme, a metterci al servizio e a lasciare che i nostri piani li facesse il Signore. Giorni in cui l’energia era alimentata dalla gioia di aiutare e di mettersi in gioco qualunque fosse il compito che ci veniva assegnato (falegnameria, macinatura del grano, giochi con i bambini della casa, preparazione dei pasti, animazione per le ospiti delle suore e lavori di edilizia). I bambini ci hanno regalato sorrisi spontanei e vivaci balli di gruppo, i più grandi ci hanno raccontato storie di vita, gli altri volontari sono diventati compagni di viaggio e amici veri. Abbiamo condiviso le canzoni cantate a squarciagola, le preghiere, le mansioni lavorative, le partite di pallavolo e calcio e soprattutto le emozioni fortissime che sono state come “fuoco vivo” acceso in noi da cui è derivata “un’immensa felicità”. Ognuno è tornato con il cuore pieno e la consapevolezza di aver trovato un altro posto da chiamare “casa”». Anche Francesca ha dichiarato di aver ricevuto più di quello che poteva immaginare e più di quello che è riuscita a dare: «Ogni piccolo gesto, ogni parola, ogni sorriso mi ha davvero arricchita e questo arricchimento è ciò che mi porto come ricordo della bellissima esperienza». «Dov’è il Kosovo? Che cosa vai a fare? Ma là che cosa c’è?». Queste le tre domande poste dalla mamma di Nicolò quando le aveva annunciato che sarebbe partito, ad agosto, alla scoperta di una Repubblica “giovane”, nata ufficialmente nel 2008. Nicolò aveva risposto che avrebbe provato a far sorridere chi magari non sempre riesce a farlo. All’inizio neppure a Nicolò era chiaro che cosa ci fosse realmente in Kosovo e non aveva idea di che cosa avrebbe trovato. «Sembrava quasi che mia mamma avesse vinto, – ha raccontato il giovane – che mi avesse messo all’angolo e che, dunque, sarei potuto rimanere a casa, in tranquillità senza problemi con la connessione e con le comodità quotidiane. Eppure, testardo come sono, non le ho dato ascolto, e devo dire che ho fatto proprio bene. Il mio pensiero ora va a Duli, Suela, Samira e Isa, che ho conosciuto a Leskoc. I loro sorrisi sono stampati nella mia mente e mi confermano oggi più che mai che non servono grandi palazzi, l’amore è semplicità. Forse, è di questo che dovremmo occuparci, e il resto, come diceva qualcuno, ci sarà dato in aggiunta. La realtà della Casa non è stato solo un bel momento da vivere ma è una bella vita da vivere in ogni momento». Alessia, che sogna di partire un giorno per le missioni umanitarie in Africa, ha scelto il Kosovo come propedeutico a un futuro viaggio. «Anche se per qualche istante mi sono ricreduta la mia scelta, – ha affermato – per me è stata un’esperienza provvidenziale. Sono partita con un mio equilibrio e senza cercare nulla, ma vivere in una comunità di minori per una settimana ha riacceso in me un dubbio che pensavo risolto, ovvero se proseguire con gli studi per il servizio sociale o con scienze dell’educazione. Ho scoperto che non basta entrare in contatto con la povertà estrema ma è fondamentale il modo in cui si sceglie di vivere con quello che si ha a disposizione». Matteo aveva già da qualche anno l’idea di fare un’esperienza di volontariato e la partenza per il Kosovo è arrivata al momento giusto. «Non potevo fare scelta migliore. – ha puntualizzato il giovane – Anche il fatto di non conoscere nessuno del gruppo, mi ha fatto uscire dalla mia ‘‘comfort zone’’, facendomi apprezzare i vari momenti. È stata un’esperienza dura e forte e mi ha stupito la semplicità e disponibilità che ci sono state offerte fin dal primo momento in cui siamo arrivati. Abbiamo ricevuto molto di più di quello che siamo riusciti a dare, soprattutto dal punto di vista umano e come approccio alla vita da parte delle persone presenti, in particolare dei ragazzi che, dopo essere stati accolti, ora aiutano e lavorano nella struttura, ricevendo, a loro volta, ogni settimana chi arriva con disponibilità e gentilezza». A Leskoc, secondo Matteo, si respira una gentilezza diffusa, che fa sentire a proprio agio. «Mi è sembrato di esserci già stato, – ha precisato – come quando si ritorna in un luogo caro e nel quale non ho affatto sentito nostalgia di casa. Spero di poter tornare presto, magari in inverno quando tutto è ancora più essenziale». Gianluca, alla sua prima esperienza missionaria, non sapeva cosa aspettarsi. Al termine dei sette giorni passati troppo velocemente, è ritornato con un cuore più “pesante”. «È più pesante perché ho più domande e interrogativi, – ha affermato – ma anche perché arricchito di belle emozioni, amore e affetto sincero. Sono stati giorni intensi e di servizio che, raramente, si possono sperimentare. Non sono mancati i momenti complessi e in cui mi sono sentito fuori posto, ma lo spirito di accoglienza e l’unità del gruppo sono prevalsi. Adesso, mentre le emozioni si sedimentano, si riparte sapendo che un pezzo di cuore è rimasto ì a Leskoc, dove la porta sarà sempre aperta a chiunque vuole dare il “Bene”». «L’esperienza in Kosovo – ha sottolineato don Cristiano – si è rivelata commovente e profondamente formativa e ha lasciato un’impronta indelebile nei cuori dei ragazzi partecipanti, pronti ora a testimoniare nella comunità diocesana la ricchezza ricevuta».

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